Sapere Scienza

Sapere Scienza
Alessia Colaianni

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

L'interazione tra uomo e natura non è mai priva di conseguenze. I segni di questi rapporti possono rimanere impressi persino nella memoria di una pianta. Lo testimonia la ricerca del Max Planck Institute for the Science of Human History che, esaminando gli anelli degli alberi di noce del Brasile, hanno iniziato a ricostruire parte della storia dell'Amazzonia.

Per quarant'anni, da quando venne ritrovato negli anni '70, l'Esercito di Terracotta di Qin Shi Huang, è stato per gli scienziati una dimostrazione dell'altissimo livello raggiunto dall'artigianato cinese già nel III secolo avanti Cristo. È per questo motivo che, osservando lo stato di conservazione delle sue armi in bronzo e registrando la presenza di cromo in alcuni campioni provenienti da quei reperti, gli archeologi hanno immaginato che quelle menti e quelle mani, così attente e sapienti, fossero state in grado di ideare e utilizzare il primo trattamento anticorrosione della storia. Nel corso degli anni, con lo studio e l'avvento di nuove tecnologie, qualche dubbio su questa teoria è sorto e ora, nuove analisi hanno rivelato che i motivi per cui il tempo non ha quasi distrutto l'arsenale di quell'esercito, eterno e silente, non è racchiuso in una superficie cromata.

Senza di lei non saremmo riusciti a decifrare gli enigmi del nostro passato, a conoscere la nostra evoluzione, la nostra storia. Con il suo aiuto gli oggetti hanno acquisito una voce sempre più limpida e trasparente e ci hanno raccontato quello che siamo stati, spesso suggerendoci quello che diverremo. È l'archeometria, che lascia il retroscena di uno dei musei italiani più famosi per passare alle luci della ribalta, con "Archeologia Invisibile": una mostra temporanea realizzata dal Museo Egizio di Torino, aperta ai visitatori dal 13 marzo 2019 al 6 gennaio 2020.

In archeologia, nello specifico in paleoantropologia, sono le ossa a raccontare le caratteristiche della vita del passato attraverso un gran numero di indizi. I denti, poi, sono uno scrigno di informazioni che aspettano solo di essere rivelate. Come ho già evidenziato tante volte, questi ambiti di ricerca hanno una grandissima vocazione multidisciplinare e la contaminazione tra tanti punti di vista porta spesso a sorprendenti nuove teorie. Come quella pubblicata recentemente su Science, una ricerca che ha collegato proprio l'analisi degli scheletri fossili con la linguistica e la biologia evolutiva per svelare che progresso tecnologico, alimentazione e sviluppo del linguaggio sono strettamente connessi.

L'utilizzo di strumenti da parte dell'uomo è alla base della ricerca archeologica. Le tracce fondamentali per descrivere, ai giorni nostri, l'esistenza dei nostri antenati provengono soprattutto dalle analisi multidisciplinari dei manufatti ritrovati negli scavi. Ma Homo non è l'unico essere vivente a costruire strumenti: è in compagnia di scimpanzé, oranghi e corvi della Nuova Caledonia per complessità nei prodotti ottenuti. Ci sono anche altre specie che fanno un uso funzionale ma un po' più rudimentale degli oggetti a propria disposizione. Ad esempio, le lontre di mare.

La Gioconda e il suo volto enigmatico sono stati osservati con occhio indagatore da innumerevoli appassionati e curiosi, tra cui è possibile ritrovare anche scienziati e medici. Alcuni di loro hanno pensato di tentare di ricavare, dalle sapienti pennellate di Leonardo da Vinci, una vera e propria diagnosi, un quadro della salute di questa donna rinascimentale. Sembra, infatti, che alcune caratteristiche presenti portino a pensare che soffrisse di una qualche patologia legata al mal funzionamento della tiroide. Sarà vero? Non sarà poco prudente cercare di ritrovare i segni di una malattia in un'opera di più di 500 anni fa?

I batteri sono ovunque. In grado di colonizzare e proliferare in qualsiasi luogo, qualunque siano le condizioni presenti, anche nel nostro corpo, di cui - la maggior parte delle volte - sono simbionti silenti. Questi microrganismi non potevano fare a meno di trasformare le opere d'arte, con i loro materiali succulenti e le condizioni ambientali spesso favorevoli in cui sono conservati, nel bivacco ideale. Ma le colonie di questi minuscoli e famelici esseri viventi quanto possono danneggiare un dipinto? C'è un modo per combatterli? Sono tutti cattivi o tra loro esistono specie che, invece, sono ben viste nel mondo dei beni culturali? Cerchiamo di capirlo insieme attraverso un esempio, uno studio riguardante una tela del XVII secolo, conservata a Ferrara.

Al di là di ogni riflessione culturale, sociale e personale, noi uomini siamo onnivori. Anzi, in passato i nostri antenati sono stati dei grandi consumatori di carne. Una testimonianza della posizione dominante dei nostri predecessori nella catena alimentare proviene da un recente studio condotto dal Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, in cui è descritta una nuova analisi isotopica applicata su denti e ossa di Neanderthal, vissuti in Francia durante il periodo di transizione tra il Paleolitico medio e il Paleolitico superiore.

I social network non sono una novità assoluta nella storia dell'uomo. O, perlomeno, non lo è l'idea di rete sociale basata sulla comunicazione e sullo scambio culturale. È quello che ci racconta uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences: proprio come noi abbiamo i nostri "amici" su piattaforme come Facebook, le società del Nord America risalenti a un periodo compreso tra 1200 e 350 anni fa potevano contare su proprie reti di condivisione di informazioni. Tendenze artistiche e tecnologie che è stato possibile analizzare attraverso frammenti di ceramica.

Si chiama anastilosi. È la ricostruzione di antichi edifici mediante la ricomposizione delle strutture con i pezzi originali. Molte sono le architetture che, nel corso dei secoli, hanno subito le ingiurie del tempo - degrado dovuto a fattori ambientali, di natura fisica, chimica e biologica - o quelle degli uomini, che ne hanno saccheggiato o distrutto parti. Le nuove tecnologie ci permettono di provare a ricomporre questi puzzle archeologici, comodamente seduti davanti a un PC o sulla scrivania di un laboratorio.

clark

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se vuoi saperne di più consulta l'informativa estesa. Cliccando su ok acconsenti all'uso dei cookie.