Sapere Scienza

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In Nepal poteva essere una catastrofe ancora più grande?

11 Maggio 2015 di 

Il terremoto in Nepal pone una  domanda che può sembrare da soli addetti ai lavori e che invece riguarda tutti: come si fanno a stabilire i danni e le vittime che un terremoto NON ha fatto. Saper rispondere a questa domanda è estremamente utile per capire quali siano le migliori politiche di riduzione del rischio sismico.

Di fronte a un bilancio di 8.000 morti, e che potrebbe superare i 10.000, le dimensioni sono quelle di una catastrofe ma lontane da quelle che si sono avute per terremoti di magnitudo anche inferiore in zone povere (ricordiamo i 250.000 morti di Haiti quattro anni fa) e anche inferiori agli scenari che si erano immaginati. Infatti il terremoto che ha colpito Kathmandu era stato previsto fino nei dettagli, a iniziare dalle dimensioni della sorgente, passando per gli effetti di sito e la vulnerabilità dagli edifici.

 

Un terremoto previsto

Il Nepal si trova al confine tra la placca Indiana e quella Eurasiatica, dove le montagne più alte del mondo testimoniano della violenza della collisione che avviene a una velocità di 5 cm per anno (10 volte più velocemente del nostro Appennino). Le faglie che potevano mettere a rischio la capitale nepalese erano note e ben mappate. Il terremoto è capitato su uno di questi fronti di collisione e il meccanismo focale conferma la natura compressiva dell'evento. La stessa posizione della faglia è contigua quella dell'ultimo grande terremoto, quello del 1934, che aveva causato 8.519 morti danneggiando oltre 200.000 edifici. Erano quindi passati 81 anni e in un recente studio di colleghi nepalesi un terremoto come quello appena accaduto era stato associato a un tempo medio di ritorno tra i 40 e gli 80 anni. Non si può quindi dire che neanche il tempo di occorrenza non fosse noto o che abbia sorpreso.

 

La valle che amplifica le onde sismiche

Era noto anche che la valle di Kathmandu fosse un tipico caso di amplificazione delle onde sismiche che rimangono intrappolate negli strati soffici sovrastanti la roccia e erano stati pubblicati numerosi lavori scientifici che ricostruivano gli spessori dei sedimenti, prevedendo in quali aree lo scuotimento sarebbe stato maggiore e dove e come si sarebbero verificati cedimenti e liquefazioni del terreno il giorno in cui il terremoto avesse colpito. Infine, anche la vulnerabilità di molti edifici era un fatto ben noto.

 

Le misure di riduzione del rischio sismico hanno funzionato?

Negli ultimi anni il Nepal stava portando avanti campagne per la sensibilizzazione della popolazione e altre iniziative per la riduzione del rischio, seppure con mezzi economici limitati. Alcune organizzazioni dedicate alla riduzione del rischio, come per esempio la National Society for Earthquake Technology, ora si interrogano su quanto sia stato fatto per migliorare gli edifici e istruire la popolazione su come comportarsi in caso di terremoto. Poiché il Nepal ha visto aumentare molto la propria popolazione e in particolare quella inurbata a Kathmandu rispetto al 1934, sembrerebbe che ci sia stata una qualche efficacia nelle misure per la riduzione del rischio sismico, a iniziare dal codice per le costruzioni antisismiche. Poter capire quanto queste misure rivolte a edifici e persone siano state realmente efficaci richiederà tempo e dati originali che di solito non vengono raccolti dopo un terremoto.

 

Il contributo dell'Italia

Infine va ricordato che anche l'Italia stava dando un suo seppur piccolo contributo al progetto di riduzione del rischio sismico in Nepal. Ingegneri italiani stavano collaborando a un programma per la mitigazione del rischio sismico strutturale nelle scuole e appena l'anno scorso era stato installato un sismografo presso la Piramide del progetto Ev-K2-CNR. Lo strumento è stato l'unico in grado di trasmettere al di fuori del Nepal i dati che hanno permesso agli enti di ricerca internazionali di migliorare la localizzazione delle scosse della sequenza.

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Marco Mucciarelli

Laureato in Fisica, dal 1998 è stato professore associato di Geofisica della Terra Solida presso l'Università della Basilicata. Dal luglio 2012 è stato Direttore del Centro Ricerche Sismologiche dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale. Si è occupato di sicurezza sismica di grandi strutture, sismicità indotta e microzonazione sismica. Scomparso nel 2016, è stato un divulgatore brillante, che si è speso con passione per aumentare la consapevolezza sul rischio sismico in Italia.

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