Sapere Scienza

Sapere Scienza

“Father and son” è il titolo di una canzone del 1970, scritta e interpretata dall’inglese Cat Stevens. Il testo riporta un dialogo tra padre e figlio, una rappresentazione dello scontro generazionale intrisa di amore e incomprensione. Potremmo dire che questo è lo stesso fil rouge del primo video gioco prodotto e distribuito nel mondo da un museo di arte antica, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che – forse per caso – porta lo stesso nome del famoso brano.

I turchesi sono pietre preziose, tra i simboli dell'arte delle antiche civiltà mesoamericane. Rocce e minerali sono spesso analizzati in contesti archeologici non solo per motivi legati alla conservazione e al restauro di manufatti ma anche per la ricostruzione della struttura delle società a cui appartenevano e delle rotte commerciali a essi legati. Come si può far questo a partire da un semplice oggetto? Ci viene in aiuto la geochimica, capace di ritrovare degli indizi piccoli e nascosti, quasi come le briciole della famosa fiaba di Hänsel e Gretel, in grado di condurci verso i luoghi di provenienza in cui il materiale è stato estratto.

Il bel volto che potete osservare nell’immagine è appartenuto a Tjetmutjengebtiu, una sacerdotessa del Tempio di Karnak, in Egitto, vissuta durante la XXII dinastia (945-715 a.C.). Le sue spoglie furono mummificate e ora il suo corpo giace in un sarcofago conservato in una delle teche del British Museum di Londra. Voi lettori siete già abituati alle ricostruzioni di volti a partire da crani ritrovati in scavi archeologici. In questo caso, però, è stato diverso perché lo studio delle ossa di Jeni – chiamata così dagli scienziati che si sono occupati di lei – è stato possibile senza la necessità di disturbare il sonno eterno di questa donna venuta da lontano, senza srotolare quelle bende che l’hanno protetta per millenni.

L’estate è tornata e, se avete il desiderio di avventurarvi nelle meraviglie della nostra penisola, non vi resta che esplorare i numerosi scavi archeologici aperti al pubblico. Possono essere la meta ideale per grandi e piccini, soprattutto ora che la tecnologia ci permette di fare un passo avanti e guardare con occhi diversi quello che a un profano può sembrare un cumulo di pietra e terra ma che, grazie al lavoro di archeologi e scienziati, si trasforma nella ricostruzione comprensibile di parte della nostra civiltà, della nostra storia.

Forse un nuovo ramo nell'albero genealogico degli ominidi. Questo rivelano i resti ritrovati in una grotta, nell'isola di Luzon, nelle Filippine, protagonisti di uno studio da poco pubblicato su Nature. La nuova specie, a cui è stato dato il nome di Homo luzonensis, risale a un periodo compreso tra i 67.000 e i 50.000 anni fa e indica che probabilmente nel Sud-Est asiatico co-esistevano numerose specie umane.

No, questo non sarà un altro post dedicato alla musica. Parleremo di orecchie, non in senso metaforico. La loro forma, infatti, ha permesso importanti scoperte in ambito archeologico. In che modo? Continuate a leggere e lo scoprirete.

Era il 1960 quando Willard F. Libby vinse il premio Nobel “per il suo metodo che usa il Carbonio-14 per la determinazione dell’età in archeologia, geologia, geofisica e altri rami della scienza”. Ancora oggi questa è una delle migliori tecniche per scoprire l’età di reperti contenenti materiale organico.

Molte volte abbiamo paragonato il lavoro d’investigazione che osserviamo con il fiato sospeso in molte serie poliziesche a quello svolto dagli archeologi, che raccolgono indizi, interpretano tracce, mettono insieme i pezzi di una storia avvenuta in un passato remoto. Mai come questa volta, però, i metodi utilizzati sono simili a quelli adoperati nelle attuali scene del crimine. Le analisi forensi si mescolano all’archeologia sperimentale per un very cold case: freddo perché risalente a 14.000 anni fa ma anche perché il luogo di cui parleremo sono le gelate lande artiche.

L'utilizzo di strumenti da parte dell'uomo è alla base della ricerca archeologica. Le tracce fondamentali per descrivere, ai giorni nostri, l'esistenza dei nostri antenati provengono soprattutto dalle analisi multidisciplinari dei manufatti ritrovati negli scavi. Ma Homo non è l'unico essere vivente a costruire strumenti: è in compagnia di scimpanzé, oranghi e corvi della Nuova Caledonia per complessità nei prodotti ottenuti. Ci sono anche altre specie che fanno un uso funzionale ma un po' più rudimentale degli oggetti a propria disposizione. Ad esempio, le lontre di mare.

“Maccarone...m’hai provocato e io te distruggo! Io me te magno!”. Questo esclamava Alberto Sordi davanti ad una invitante coppa di spaghetti dopo aver cercato di cenare “all’americana” in “Un americano a Roma”, pellicola del 1954. L’amore per la pasta, il rapporto quasi sentimentale che lega gli italiani ai piatti della tradizione, è retaggio antico. È questo che ci racconta un nuovo libro, scritto dall’archeologo David Breeze, “Bearsden: A Roman Fort on the Antonine Wall” (Bearsden: una fortificazione romana sul Vallo di Antonino).

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clark

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