Sapere Scienza

Sapere Scienza

Non siamo nella Chicago anni ’30 della pellicola del 1987 diretta da Brian De Palma ma in Italia, a Ercolano, e gli “intoccabili” sono i papiri ritrovati in una ricca biblioteca distrutta a causa dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Ciò che successe ci è stato raccontato per la prima volta da Plinio Il Giovane ed è poi stato ripreso, secoli dopo, da libri, trasmissioni televisive e progetti di divulgazione per la straordinarietà dell’evento geologico e dei resti giunti sino a noi.

Il bel volto che potete osservare nell’immagine è appartenuto a Tjetmutjengebtiu, una sacerdotessa del Tempio di Karnak, in Egitto, vissuta durante la XXII dinastia (945-715 a.C.). Le sue spoglie furono mummificate e ora il suo corpo giace in un sarcofago conservato in una delle teche del British Museum di Londra. Voi lettori siete già abituati alle ricostruzioni di volti a partire da crani ritrovati in scavi archeologici. In questo caso, però, è stato diverso perché lo studio delle ossa di Jeni – chiamata così dagli scienziati che si sono occupati di lei – è stato possibile senza la necessità di disturbare il sonno eterno di questa donna venuta da lontano, senza srotolare quelle bende che l’hanno protetta per millenni.

Questa settimana ho preso in prestito il titolo di un celebre film sui mutanti protagonisti dei fumetti della Marvel Comics, gli X-Men, per parlarvi di come l’archeologia possa aiutarci a cercare soluzioni per i tempi che verranno. Gli scavi, i resti umani, lo studio sistematico di dati ricavati da documenti antichi, possono essere i pezzi di un puzzle in grado di mostrarci gli errori da non commettere nuovamente e di suggerirci nuove soluzioni per la nostra sopravvivenza. La sopravvivenza della specie umana in un mondo sempre più urbanizzato, in un Antropocene – l’attuale era geologica, dominata dall’azione dell’Uomo sulla Natura - che ha modificato gli equilibri del nostro Pianeta.

Chissà se i soldati inglesi della Seconda Guerra Mondiale avrebbero potuto immaginare che quel nuovo strumento strategico per individuare il passaggio di aerei nei loro cieli sarebbe stato un ottimo alleato degli archeologi dei nostri tempi. Stiamo parlando dei radar e delle loro applicazioni.

 

I turchesi sono pietre preziose, tra i simboli dell'arte delle antiche civiltà mesoamericane. Rocce e minerali sono spesso analizzati in contesti archeologici non solo per motivi legati alla conservazione e al restauro di manufatti ma anche per la ricostruzione della struttura delle società a cui appartenevano e delle rotte commerciali a essi legati. Come si può far questo a partire da un semplice oggetto? Ci viene in aiuto la geochimica, capace di ritrovare degli indizi piccoli e nascosti, quasi come le briciole della famosa fiaba di Hänsel e Gretel, in grado di condurci verso i luoghi di provenienza in cui il materiale è stato estratto.

Cosa possono avere in comune archeologia e fisica delle particelle? Come possono essere legati tra loro piramidi e raggi cosmici? Certamente qualcuno di voi, nominando Antico Egitto e astronomia, ripenserà alla pellicola del 1994, Stargate. Oggi non parleremo di portali spazio-temporali ma di una nuova tecnica non-invasiva che potrà essere la chiave per svelare molti misteri del passato.

Maschera, pinne, boccaglio e poi via, alla scoperta di fondali inesplorati. Ci si può dedicare a questo nel tempo libero, durante le vacanze, ma può anche diventare un mestiere, un’affascinante professione che coniuga le competenze di chi abitualmente si occupa di mondi sommersi con quelle di coloro i quali studiano il passato. Stiamo parlando di archeologia subacquea.

Quando archeologia e genetica si uniscono, i risultati possono aprire una finestra sul passato e darci una visione chiara di dinamiche che altrimenti sarebbero difficilmente comprensibili. È successo questo nello studio che ha coinvolto numerosi enti, università e musei (tra cui il Natural History Museum di Londra) e che aveva come obiettivo la ricostruzione della storia dei primi cani vissuti in America.

Guardare dall’alto la superficie del nostro Pianeta riserva sempre magnifiche sorprese: le città diventano presepi, con le loro case, i corsi d’acqua, le grandi opere. E poi c’è la campagna che sembra una coperta in patchwork dalle tonalità che vanno dal verde all’ocra gialla. In realtà, in quegli scampoli di “stoffa”, c’è molto da scoprire. La fotografia aerea in archeologia è una delle metodologie più datate ma anche una delle più efficaci in quanto ci dà informazioni visive che sarebbe difficile raccogliere passeggiando nelle aree interessate. Questo tipo di approccio, infatti, non si limita all’identificazione e scoperta di nuovi siti d’interesse archeologico ma riveste un ruolo importante in tutte le fasi della ricerca, dall’interpretazione delle immagini al loro valore documentale, passando per la salvaguardia ed il monitoraggio.

Nel film “Il silenzio degli innocenti” il serial killer Hannibal Lecter, interpretato magistralmente da Anthony Hopkins, confessa di aver mangiato un fegato umano con “un bel piatto di fave e un buon Chianti”. Hannibal è un cannibale, si nutre di individui della sua stessa specie. Non dobbiamo stupirci, però, che anche al di là dei thriller, degli horror e della cronaca, vi siano storie di cannibalismo legate  alle civiltà passate e non riconducibili a casi di disturbo psichico. Ci giungono dalla preistoria britannnica tracce di uomini che, probabilmente, si sono cibati di propri simili. Perché lo hanno fatto? Lo scoprirete presto.

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tirelli

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