Sapere Scienza

Sapere Scienza

Come dimenticare le pagine de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni che descrivevano una Milano messa in ginocchio da una terribile malattia. Era il 1630 e il morbo che decimava la popolazione era la peste bubbonica, patologia causata dal batterio Yersinia pestis. Questo microrganismo, però, non è sempre stato così infallibilmente letale. Una ricostruzione più completa della sua evoluzione è oggi possibile grazie alla decodifica di un genoma venuto da molto lontano: la Russia di circa 4000 anni fa.

Le profondità marine sono spesso custodi di tesori inesplorati e testimoni di scoperte straordinarie. È questo il caso della distesa cristallina che circonda l’isola di Antikythera, in Grecia, a nord-ovest della più famosa Creta. Agli inizi del ‘900 un gruppo di pescatori di spugne segnalarono la presenza di un relitto che, da allora, continua a fornire agli archeologi materiali di studio d’eccezione. In questo post rimbalzeremo tra la scienza del passato e del presente, conosceremo uno strumento hi-tech di ben 2000 anni fa e capiremo come alcuni siti archeologici possano essere la spinta per lo sviluppo di nuove tecniche analitiche.

La gamification e la realtà aumentata sono strumenti che in molti cercano di utilizzare per la fruizione dei beni culturali perché in grado di coinvolgere i più giovani trasmettendo conoscenza grazie al complesso lavoro di progettazione che vi è dietro. Divertimento, contenuti appassionanti e una location suggestiva e di grande valore storico sono gli ingredienti vincenti di una nuova app. È Inventum, il primo videogioco 3D in realtà aumentata sul patrimonio culturale della Basilicata, in particolare dedicato al Parco Archeologico di Venosa.

Maschera, pinne, boccaglio e poi via, alla scoperta di fondali inesplorati. Ci si può dedicare a questo nel tempo libero, durante le vacanze, ma può anche diventare un mestiere, un’affascinante professione che coniuga le competenze di chi abitualmente si occupa di mondi sommersi con quelle di coloro i quali studiano il passato. Stiamo parlando di archeologia subacquea.

Molte volte abbiamo paragonato il lavoro d’investigazione che osserviamo con il fiato sospeso in molte serie poliziesche a quello svolto dagli archeologi, che raccolgono indizi, interpretano tracce, mettono insieme i pezzi di una storia avvenuta in un passato remoto. Mai come questa volta, però, i metodi utilizzati sono simili a quelli adoperati nelle attuali scene del crimine. Le analisi forensi si mescolano all’archeologia sperimentale per un very cold case: freddo perché risalente a 14.000 anni fa ma anche perché il luogo di cui parleremo sono le gelate lande artiche.

L'utilizzo di strumenti da parte dell'uomo è alla base della ricerca archeologica. Le tracce fondamentali per descrivere, ai giorni nostri, l'esistenza dei nostri antenati provengono soprattutto dalle analisi multidisciplinari dei manufatti ritrovati negli scavi. Ma Homo non è l'unico essere vivente a costruire strumenti: è in compagnia di scimpanzé, oranghi e corvi della Nuova Caledonia per complessità nei prodotti ottenuti. Ci sono anche altre specie che fanno un uso funzionale ma un po' più rudimentale degli oggetti a propria disposizione. Ad esempio, le lontre di mare.

Parliamo di archeologia letteralmente sommersa: testimonianze di civiltà passate conservate nelle profondità marine, tesori difficili da scoprire e conoscere ma che, grazie alle nuove tecnologie, diventano sempre più accessibili agli esperti. Proprio nelle ultime settimane il mondo subacqueo ci ha restituito due importanti siti.

Una scheggia di un materiale simile a una roccia con dei segni incrociati di colore rosso. Un oggetto piccolo, delle dimensioni di pochi centimetri, che ha catturato l'attenzione degli archeologi che lo hanno ritrovato. Cosa avrà mai di speciale questo reperto? Potrebbe essere il disegno più antico eseguito da un Homo sapiens. Una prima forma di arte e di ragionamento simbolico? Dare una risposta a questo quesito è molto complesso e, per farlo, i ricercatori hanno svolto numerose analisi. I risultati ottenuti sono stati pubblicati su Nature.

Caldo, polvere e trepidazione. Ieri come oggi. Nel 1922, quando l’archeologo inglese Howard Carter scoprì la tomba di Tutankhamon, e pochi mesi fa, nel momento in cui un gruppo di ricercatori provenienti da tutto il mondo ha raccolto abbastanza indizi per confermare la presenza di altre due camere nascoste nel sepolcro del faraone. Un nuovo mistero da risolvere con gli strumenti a disposizione degli archeologi del XXI secolo.

In archeologia ci sono quesiti che difficilmente trovano risposta con i tradizionali metodi di indagine. È per questo che un gruppo di ricercatori argentini e spagnoli ha utilizzato tecniche statistiche di machine learning per analizzare la relazione tra mobilità e tecnologia di gruppi di cacciatori-raccoglitori che hanno occupato il sud della Patagonia da 12.000 anni fa fino alla fine del XIX secolo. I risultati sono stati pubblicati in un articolo della rivista Royal Society Open Science.

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tirelli

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