Sapere Scienza

Sapere Scienza

Non perdete l'appuntamento con Pillole di Scienza, al Teatro Tommaso Traetta di Bitonto, venerdì 15 dicembre 2017, alle ore 10:00.

L'evento, organizzato dall'associazione culturale "Accademia Vitale Giordano" con il patrocinio del Consiglio Regionale della Puglia e la collaborazione di Edizioni Dedalo, Sapere e l'IISS Volta - De Gemmis di Bitonto, è intitolato "Chimica, ambiente, salute: Glifosato tra dubbi e certezze".

Dopo i saluti del sindaco di Bitonto, Michele Abbaticchio, dell'assessore e delega alla Pubblica Istruzione e Diritto allo Studio, Angela Saracino, e dell'assessore e delega alle Politiche AMbientali e Sviluppo Rurale, Rosa Calò, interverranno Massimo Trotta, dell'Istituto per i Processi Chimico-Fisici del CNR di Bari, Domenico Damascelli, consigliere della Regione Puglia e vicepresidente della Commissione Sviluppo economico, e Luigi Tedone, del Dipartimento di Agraria dell'Università degli studi "Aldo Moro" di Bari.

Modera Leonardo Degennaro, del Dipartimento di Farmacia dell'Università degli studi "Aldo Moro" di Bari.

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  • città Bitonto

Nel XVI secolo Cristoforo Armeno scrisse la novella Peregrinaggio di tre giovani figliuoli del re di Serendippo raccontando di come la sagacia, l’acutezza e lo spirito di osservazione possano portare a felici intuizioni di fronte a eventi che si presentano per puro caso. Horace Walpole, colpito, coniò il termine serendipità (serendipity) ispirandosi proprio al titolo del racconto.

Di recente, l'Unione Internazionale di Chimica Pura e Applicata (IUPAC) ha confermato la scoperta di quattro nuovi elementi chimici dal numero atomico di 113, 115, 117 e 118. Philip Ball, già editor di Nature, propone di chiamare uno degli elementi "Levio", in onore di Primo Levi. Il blog della Società di Chimica Italiana aderisce e lancia una petizione in proposito.

Secondo il vocabolario online della Treccani, l'aggettivo sublime - dal latino sublimis, composto di sub "sotto" e limen "soglia" indica una proprietà "che giunge fin sotto la soglia più alta", rappresenta cioè qualcosa di nobilissimo o eccelso nel senso spirituale, intellettuale o estetico. Sempre sul vocabolario Treccani troviamo una definizione del verbo sublimare che, per estensione del significato del suo aggettivo, significa elevare, rivolgere a fini o pensieri più alti, a più nobili aspirazioni.

A ottobre è stato assegnato il Premio Nobel per la Chimica 2015 a Tomas Lindahl, Aziz Sancar e Paul Modrich per le loro scoperte nel campo dei meccanismi di riparo del DNA. Nel corso della loro carriera i tre scienziati hanno indipendentemente svelato alcuni dei meccanismi fondamentali attraverso i quali le cellule riparano errori al proprio materiale genetico, mantenendone l’integrità e la fedeltà dell’informazione.

Pur non essendo musicisti professionisti, tantissimi conoscono i violini costruiti da Stradivari, leggendari strumenti dal suono irripetibile. Lo sviluppo della scienza e della tecnologia ha dato inizio alla ricerca del loro segreto per rendere riproducibile questa magia nei violini di nuova produzione. Da anni si avvicendano studi scientifici sul materiale e i metodi di produzione utilizzati dal famoso liutaio, tutti cercano l’ingrediente speciale dell’unicità. E se ci fosse una combinazione di fattori alla base della bellezza delle note di uno Stradivari?

Nel campo delle scienze applicate si procede spesso per tentativi ed errori: è così, per esempio, che si sperimentano e si trovano i giusti materiali per la realizzazione di determinate tecnologie. Ciò succedeva anche per i LED ma i ricercatori della University of Houston hanno ideato un nuovo algoritmo: è abbastanza efficiente da poter girare su un comune personal computer e predire le proprietà di più di 100.000 composti per poter trovare il migliore per la produzione di fosfòri per questo tipo di illuminazione.

Prendete del fegato d’anatra muschiata. Fatto? Bene, ora trituratelo e mettetene un grammo in una bottiglia da 100 mL, riempitela d’acqua distillata e agitate molto forte. Più forte. Un po’ di più… Ok, può bastare. Svuotate il tutto, lasciando nel recipiente le goccioline che normalmente restano adese alle pareti. Riempite di nuovo con 100 mL di acqua distillata e ripetete tutto il procedimento. Ripetetelo per altre 200 volte. Alla fine, mettete l’acqua in un nebulizzatore e spruzzatene un po’ su una pallina di zucchero grande come una Zigulì. Il risultato? Avete preparato una pillola di Oscillococcinum alla “potenza” 200K, dove K indica il fattore di diluizione korsakoviano, che corrisponde circa a 100, e 200 è il numero di ripetizioni di tale diluizione.

 

L’Oscillococcinum è il farmaco omeopatico antinfluenzale più venduto al mondo. Ogni pallina viene venduta a un euro. La forte agitazione, o “succussione”, che avete fatto a ogni diluizione, si chiama in gergo “dinamizzazione” e serve a far assumere all’acqua una configurazione particolare, dovuta alla presenza del principio attivo che ne imprime la “memoria”. Questa è fondamentale perché è l’unica cosa che rimane dopo la serie di diluizioni. Del principio attivo non è rimasto nulla. Ma qual è questo principio attivo? Si tratta di un batterio inesistente, l’Oscillococco, che il fantomatico scopritore, il fisiologo Joseph Roy (1891–1978), credette di vedere nel sangue dei malati di influenza spagnola (1917-1919) e al quale attribuì l’insorgenza della malattia. E invece erano semplici bollicine d’aria. Che poi l’influenza sia causata da virus e non da batteri è un’altra storia, che però fu chiarita solo qualche decennio più tardi. Ma il caso volle che il nostro fisiologo individuasse proprio nel fegato d’oca un’alta concentrazione di bollicin… pardon, Oscillococchi! Ed è per questo che una nota ditta, ancora oggi, produce l’Oscillococcinum, immolando una volta all’anno UN fegato d’oca. Avete letto bene, uno. Perché uno solo basta per produrre tutte le palline che vengono commercializzate.

 

Ma facciamo un passo indietro. Perché mai si usa questa bizzarra procedura di produzione? Perché una persona, per curare l’influenza, uno dovrebbe ingoiare una pallina contenente la “memoria” dell’agente che l’avrebbe scatenata? La pratica nacque nei primi anni dell’Ottocento da un’idea del medico tedesco Samuel Hahnemann (1755-1843). Egli fece un curioso esperimento su se stesso: assunse diverse dosi di chinino, usato a quel tempo per curare la malaria, e credette di aver sviluppato i sintomi della malattia. Così egli formulò l’ipotesi che la guarigione da una malattia potesse essere favorita da una sostanza che induce i sintomi di quella patologia in una persona sana. Da qui il nome “omeopatia”, (curare con il simile) in opposizione ad “allopatia” (curare con gli opposti), termine coniato dallo stesso Hahnemann, ma non in uso negli ambienti della medicina ufficiale. L’esperimento del chinino non poté essere replicato su altri individui ma oramai Hahnemann si era convinto della veridicità della sua ipotesi e nel 1806 enunciò i principi fondanti dell’omeopatia:

  1. il "principio dei simili", ossia le malattie si curano con le stesse sostanze in grado di scatenare una sintomatologia simile in un soggetto sano;
  2. il farmaco omeopatico idoneo a una patologia va identificato valutando gli effetti della sostanza pura, assunta singolarmente da un individuo sano;
  3. le succussioni danno ai medicamenti un'energia che viene moltiplicata dalla diluizione.

Lasciamo il lettore riflettere sul fatto che l’acqua usata per eseguire le diluizioni è venuta a sua volta a contatto con chissà quante sostanze e che, a rigor di logica, dovrebbe conservare la memoria di ognuna. Prendiamo atto del fatto che l’acqua debba subire dunque un processo di “smemorizzazione” prima di essere usata.

 

La teoria trovò largo consenso nel XIX secolo, tanto che sorsero numerosi ospedali omeopatici dove si somministravano ai pazienti farmaci con ottima memoria. Clamoroso fu il caso delle elevate percentuali di guarigione (84%) dal colera durante l’epidemia del 1854 a Londra, contro il 46% degli ospedali tradizionali, dove i pazienti venivano curati con pratiche più tradizionali, come ad esempio il salasso, molto in voga all’epoca. Hahnemann notò che i primi sintomi del colera erano simili a quelli di abuso di canfora, prescrivendo quindi un trattamento a base di canfora diluita 1:12 in alcol1 (non una diluizione propriamente omeopatica quindi). Casualità volle che la canfora fosse un buon disinfettante, che a quei tempi non era stato ancora introdotto di routine nella pratica medica.

 

Naturalmente, col progredire della ricerca medica e il migliorare delle terapie ufficiali, gli ospedali omeopatici iniziarono a perdere di popolarità e a chiudere l’uno dopo l’altro. Al giorno d’oggi, ça va sans dire, nessun test clinico ha potuto dimostrare un’efficacia terapeutica che sia superiore all’effetto placebo di qualsivoglia preparato omeopatico. Inoltre l’Organizzazione Mondiale della Sanità sancisce ufficialmente l’inefficacia dell’omeopatia. Del resto l’entità della costante di Avogadro (N0 = 6.022*1023 molecole/mole), dovrebbe convincere chiunque che i preparati omeopatici più diffusi contengono solo… gli eccipienti. Consideriamo, infatti, un preparato alla potenza 12K (molto comunemente usata), che equivale ad una diluizione di 1024 volte. Orbene, dal momento che una mole di sostanza (che pesa ben più di un grammo) contiene appunto 6.022*1023 molecole, il preparato 12K conterrà 0,6022 molecole. E siccome ogni molecola è indivisibile, significa che il principio attivo è assente a tutti gli effetti.

 

Ci sarebbe piaciuto poter affermare che Avogadro e la teoria atomica avessero decretato la fine dell’omeopatia. Purtroppo, dopo il suo quasi totale abbandono già alla fine dell’800, l’omeopatia, che sempre più spesso viene confusa con la fitoterapia (in cui ci si cura con estratti di erbe ma a concentrazioni “normali”) ha avuto un revival alla fine del ‘900, con un picco intorno al 2000 in paesi come l’Italia, la Francia e l’Inghilterra. Ci consola almeno il fatto che la percentuale di utilizzatori sia in continuo calo. D’altro canto, se ci credi davvero, l’effetto placebo è pur sempre efficace: prendendo l’Oscillococcinum, l’influenza guarisce in una sola settimana, anziché in sette giorni.

 

1 Fonte: L'anti-cholera, o sia soluzione de' problemi più importanti relative al colera Asiatico, dedotta dalle osservazioni su di esso fatte in tutte le parti del globo, Editore Dalla stamperio e cartiera del Fibreno, 1832

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clark

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