Sapere Scienza

Sapere Scienza

Come avrete capito l’età ottenuta grazie ai metodi di datazione ha dei margini di errore più o meno ampi e spesso necessita di ulteriori verifiche, siano esse di natura storica (documenti scritti), storico-artistica (ad esempio l’appartenenza ad un determinato stile, riconoscibile e codificato) o nuovamente scientifica, comparando i risultati raccolti con altre tecniche di indagine. La racemizzazione degli amminoacidi, per le sue caratteristiche intrinseche – di cui parleremo in questo post – può non essere spesso adoperabile per una risposta singola e indipendente ma è sicuramente utile per un confronto con il Radiocarbonio proprio perché applicabile a materiale organico. Ora vedremo di cosa si tratta.

Maestose dominatrici degli oceani. È probabilmente così che la maggior parte di noi immagina le balene. Le dimensioni di questi animali non sono sempre state quelle che conosciamo e gli scienziati stanno cercando da anni, studiando i pochi resti a disposizione, di capire quando, come e perché questi cetacei abbiano iniziato a diventare giganti. Pochi giorni fa, su Biology Letters, è stato pubblicato un articolo che tenta di dare una prima risposta a queste domande, smentendo le conoscenze pregresse.

È di Schmidtiellus reetae il più antico occhio analizzato, una delle 10.000 specie di trilobiti, il cui fossile è conservato nell’Institute of Geology della Tallinn University of Technology, in Estonia. Il lavoro svolto su questo reperto è stato descritto in un articolo pubblicato su Proceeding of National Academy of Sciences e ci ha rivelato alcuni segreti dell’apparato visivo di uno dei primissimi animali ad averne uno.

È pugliese il fossile di dolicosauro, una lucertola marina vissuta nel Cretaceo, studiato da un team di paleontologi australiani e italiani. I risultati della ricerca sono stati pubblicati nelle pagine della rivista scientifica Royal Society Open Science e l'animale è stato battezzato con un nome che per molti di voi sarà facile ricordare: Primitivus manduriensis, proprio come il vino rosso della regione che ha preservato i resti dell'antico rettile.

Passeggiando nella natura, soprattutto durante la bella stagione, sarà capitato anche a voi di osservare laboriose api viaggiare da un fiore all'altro, sporche di una polverina gialla, o ancora farfalle danzare tra colorate corolle. Sono insetti impollinatori e, grazie a una recente ricerca pubblicata su Current Biology, ora sappiamo che potrebbero non essere stati i primi ad aiutare il mondo vegetale a proliferare.

Molti ricorderanno la serie di B-movie degli anni ’70 in cui si immaginava che una delle conseguenze degli esperimenti nucleari nei deserti potesse essere – sulla scia di Godzilla – la comparsa di insetti giganti. Per “giganti” intendo mantidi capaci di spezzare un’automobile in due e formiche delle dimensioni di un autobus. Naturalmente, alla luce delle nostre conoscenze di entomologia e fisiologia, questo sarebbe semplicemente impossibile: il solo peso dell’armatura di chitina, per creature così grandi, le renderebbe incapaci di muoversi e la respirazione sarebbe assolutamente impossibile.

Si tende a pensare all'evoluzione come a un percorso dritto, durante il quale compaiono caratteri nuovi in una linea di organismi, per cui per esempio si parte da una lucertola e si arriva a un uccello, e lungo la strada l'animale mette su piume, ali e becco senza denti. In realtà il discorso è assai più complesso di così, e spesso l'evoluzione si presenta sotto forme strane, che possiamo ricostruire (almeno fino a oggi) solamente grazie alla paleontologia e allo studio dei fossili.

Nello studio dell’evoluzione, i fossili giocano una parte essenziale, come tutti sanno. Tuttavia, i processi di fossilizzazione comportano una serie di gravi limiti per quanto riguarda molti aspetti degli organismi viventi. Uno di questi limiti grava sulla ricostruzione della fisiologia e del metabolismo degli organismi estinti. La fossilizzazione infatti preserva - in genere - solo parti mineralizzate e quindi fino a pochi anni fa era impensabile poter studiare tessuti molli o di difficile conservazione come il sistema nervoso, la pelle, o il sangue. Adesso però le cose potrebbero cambiare: un team di studiosi sembra aver trovato globuli rossi in ossa fossili di dinosauro.

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tirelli

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