Sapere Scienza

Sapere Scienza

Si tende a pensare all'evoluzione come a un percorso dritto, durante il quale compaiono caratteri nuovi in una linea di organismi, per cui per esempio si parte da una lucertola e si arriva a un uccello, e lungo la strada l'animale mette su piume, ali e becco senza denti. In realtà il discorso è assai più complesso di così, e spesso l'evoluzione si presenta sotto forme strane, che possiamo ricostruire (almeno fino a oggi) solamente grazie alla paleontologia e allo studio dei fossili.

Nello studio dell’evoluzione, i fossili giocano una parte essenziale, come tutti sanno. Tuttavia, i processi di fossilizzazione comportano una serie di gravi limiti per quanto riguarda molti aspetti degli organismi viventi. Uno di questi limiti grava sulla ricostruzione della fisiologia e del metabolismo degli organismi estinti. La fossilizzazione infatti preserva - in genere - solo parti mineralizzate e quindi fino a pochi anni fa era impensabile poter studiare tessuti molli o di difficile conservazione come il sistema nervoso, la pelle, o il sangue. Adesso però le cose potrebbero cambiare: un team di studiosi sembra aver trovato globuli rossi in ossa fossili di dinosauro.

È di Schmidtiellus reetae il più antico occhio analizzato, una delle 10.000 specie di trilobiti, il cui fossile è conservato nell’Institute of Geology della Tallinn University of Technology, in Estonia. Il lavoro svolto su questo reperto è stato descritto in un articolo pubblicato su Proceeding of National Academy of Sciences e ci ha rivelato alcuni segreti dell’apparato visivo di uno dei primissimi animali ad averne uno.

Il giacimento di Burgess Shales, in Canada, è famoso sin dall'inizio del XX secolo per i suoi incredibili fossili, preservati nei minimi particolari. È grazie principalmente a questo sito, datato al Cambriano medio (circa 508 milioni di anni fa), che i paleontologi hanno potuto letteralmente "vedere" quella che viene definita l'esplosione cambriana: un "momento" di tempo geologico in cui la vita sembra letteralmente esplodere in termini di biodiversità, di varietà di forme, di adattamenti agli ambienti (per ora ancora solo nel mare).

Maestose dominatrici degli oceani. È probabilmente così che la maggior parte di noi immagina le balene. Le dimensioni di questi animali non sono sempre state quelle che conosciamo e gli scienziati stanno cercando da anni, studiando i pochi resti a disposizione, di capire quando, come e perché questi cetacei abbiano iniziato a diventare giganti. Pochi giorni fa, su Biology Letters, è stato pubblicato un articolo che tenta di dare una prima risposta a queste domande, smentendo le conoscenze pregresse.

C’è un angolo di paesaggio alpino che conserva un patrimonio preziosissimo di storia naturale. Preone, un paesino nelle prealpi Carniche del Friuli, si trova lungo il tratto montano del fiume Tagliamento e si distingue per alcune scoperte paleontologiche molto importanti fatte lungo il torrente che scende dalla valle detta appunto la Valle di Preone o Chjampo, in friulano.

È pugliese il fossile di dolicosauro, una lucertola marina vissuta nel Cretaceo, studiato da un team di paleontologi australiani e italiani. I risultati della ricerca sono stati pubblicati nelle pagine della rivista scientifica Royal Society Open Science e l'animale è stato battezzato con un nome che per molti di voi sarà facile ricordare: Primitivus manduriensis, proprio come il vino rosso della regione che ha preservato i resti dell'antico rettile.

Le collezioni di fossili che possiamo ammirare nelle vetrine dei musei di storia naturale non sono solo i resti della storia della Terra e di piante e animali che la abitavano in un passato remoto. Spesso custodiscono anche il racconto dell’esistenza di chi li ha trovati, collezionati, studiati e conservati. Questo è sicuramente il caso dei fossili di Darwin, custoditi dal Natural History Museum di Londra e ora protagonisti di un interessante progetto di digitalizzazione.

Essere grandi e grossi, si sa, ha i suoi vantaggi. È più difficile diventare la preda di qualcuno e, se siete un predatore, è più facile trovare prede e difenderle da chi vuole rubarle. Le grandi dimensioni però non portano solo benefici: scheletro e muscoli devono essere modificati per sostenere il peso e permettere all'animale di muoversi; ci sono dei limiti alle dimensioni (soprattutto sulla terraferma), e l'energia richiesta per "funzionare" è più elevata. Inoltre, fa caldo. Sì, più grosso è un animale, più produce calore, e deve escogitare sistemi per raffreddarsi.

Pagina 2 di 2

tirelli

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se vuoi saperne di più consulta l'informativa estesa. Cliccando su ok acconsenti all'uso dei cookie.