Sapere Scienza

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Abbiamo analizzato pigmenti con raggi X, li abbiamo identificati con l’impronta digitale data dalla Raman ma, in realtà, il primo passo che si effettua in sede di indagine diagnostica di strati pittorici, ceramiche e materiali lapidei è la microscopia ottica, una tecnica presa in prestito dalla geologia. L’osservazione dei minerali al microscopio da petrografo – uno strumento particolare, differente dal “solito microscopio” - è utilizzata per descrivere e classificare le rocce. I minerali sono, così, identificati dalle loro proprietà ottiche ossia le caratteristiche mostrate all’attraversamento di un fascio di luce definita polarizzata.

 

La microscopia è sempre più importante per la comprensione di fenomeni biologici complessi e forse non tutti sanno che è alla base di gran parte dei progressi che si fanno nei campi della biologia e della medicina. I microscopisti però sanno bene che esiste un limite fisico alle dimensioni di quello che può essere “risolto” con un microscopio, definito nel 1873 da Ernst Abbe: il potere di risoluzione, ovvero la capacità di distinguere due punti molto vicini tra loro, è pari a circa la metà della lunghezza d’onda della luce utilizzata. In altre parole con la microscopia ottica non si possono distinguere oggetti più piccoli di 200 nanometri (miliardesimi di metro). Stefan Hell, William Moerner ed Eric Betzig hanno ricevuto quest’anno il Premio Nobel per la Chimica per essere riusciti a superare questo limite.

La girandola di colori e forme che vedete nell’immagine di copertina è ciò che si può osservare al microscopio petrografico facendo evaporare alcune gocce di birra su un vetrino. I tasselli di questo strano puzzle non sono altro che differenti cristalli e gli arcobaleni che ci mostrano sono dati dalle loro diverse proprietà ottiche.

tirelli

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