Sapere Scienza

Sapere Scienza

Una dimora di tutto rispetto per una delle più celebri regine della storia. Questo potrebbe essere stato il Museo Egizio di Torino per Nefertari. Secondo recenti studi le gambe conservate nella collezione potrebbero realmente essere appartenute alla favorita del faraone Ramses II. Per raccogliere le prove necessarie differenti discipline sono state messe in campo, un lavoro degno dell’importanza delle spoglie di una donna la cui bellezza e potere hanno attraversato l’oblio e la polvere di millenni.

“Father and son” è il titolo di una canzone del 1970, scritta e interpretata dall’inglese Cat Stevens. Il testo riporta un dialogo tra padre e figlio, una rappresentazione dello scontro generazionale intrisa di amore e incomprensione. Potremmo dire che questo è lo stesso fil rouge del primo video gioco prodotto e distribuito nel mondo da un museo di arte antica, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che – forse per caso – porta lo stesso nome del famoso brano.

Chi di noi non ha mai dovuto traslocare? Potremmo dire che è sicuramente un’esperienza faticosa e stressante: conservare nelle scatole mobili e oggetti, rendere sicuro il trasporto, non smarrire nessun pezzo, riposizionare tutto in un nuovo spazio che ancora non si conosce dal punto di vista degli ingombri e dell’illuminazione.

Venerdì 23 febbraio 2018, alle ore 17:30, sarà inaugurata la mostra “Genoma umano. Quello che ci rende unici”, presso il MUSE - Museo delle Scienze di Trento.

 

Perché le persone sono tutte diverse? Da dove provengono i talenti? Perché c’è chi invecchia in modo invidiabile e chi, purtroppo, no? Perché la vita ha un termine biologico e come possiamo prevenire le malattie? La mostra affronterà tutti questi interrogativi che ci riguardano profondamente e sui quali, oggi, è focalizzato un settore importante e promettente della ricerca in campo biologico.

 

“Genoma umano” sarà quindi un vero e proprio viaggio tra le nuove sfide offerte dalla genomica - una scienza in continua evoluzione che non manca di suscitare interrogativi e dubbi anche sul piano etico - con un focus su opportunità e rischi originati dall’applicazione delle nuove conoscenze ad ambiti particolarmente sensibili, quali la salute. Grazie a un percorso interattivo e immersivo - che potrà contare su numerosi supporti multimediali ed exhibit in grado di toccare le corde più profonde della sensibilità personale - attraverso video e multi-proiezioni di grande impatto scenico e la mediazione dell’arte - la mostra affronterà tre questioni fondamentali sul patrimonio genetico umano: quanto conta il DNA, quali altri fattori intervengono nella sua definizione (ad esempio ambiente e stili di vita), come e quanto possiamo intervenire per modificarlo. Un cambio di scala - dal macro al micro - che tuttavia non trascura la componente umana e sociale, porterà il pubblico a esplorare un mondo affascinante, che custodiamo dentro di noi e che ci rende ciò che siamo: unici.

 

L’esposizione, che sarà visitabile dal 24 febbraio 2018 al 6 gennaio 2019, costituisce il principale progetto espositivo per l’anno 2018 con il quale il MUSE conferma il proprio ruolo di centro di mediazione di una conoscenza scientifica che mira a rendere il proprio pubblico più consapevole, offrire modalità comunicative nuove per poter comprendere temi scientifici complessi, discriminare e scegliere tra le offerte della nuova biologia.

Informazioni aggiuntive

  • città Trento

In questo nostro spazio abbiamo già parlato di collezioni virtuali. Un esempio recente è la digitalizzazione dei fossili di Darwin, conservati nel Natural History Museum di Londra. In Italia sono già in atto alcuni progetti simili e uno tra questi, interessante per la modalità di realizzazione e per gli obiettivi, è il 3D Virtual Museum. Di cosa si tratta? Continuate a leggere e lo scoprirete.

Sono esposti al pubblico, riposti in appositi cassetti o ancora accatastati in depositi in attesa di essere catalogati e collocati. Stiamo parlando dei campioni appartenenti alle collezioni dei musei di storia naturale: resti di piante, animali e funghi raccolti da studiosi e appassionati nel corso dei secoli. La loro conservazione, la preservazione fisica al di là della digitalizzazione, è stata e sarà fondamentale non solo per continuare a descrivere la storia ed evoluzione degli esseri viventi ma anche per ricomporre i cambiamenti dovuti al riscaldamento globale, caratteristici dell'epoca geologica (non ancora riconosciuta ufficialmente) in cui stiamo vivendo: l'Antropocene.

Oggi usciamo dai laboratori e passiamo un po’ di tempo in altri luoghi che uniscono la scienza e i beni culturali: i musei di storia naturale. Qui in Italia spesso i riflettori sono puntati sulle grandi collezioni artistiche, gli edifici storici, i beni paesaggistici. Un’attenzione più che giustificata in quanto siamo detentori di un patrimonio immenso con grandissimi problemi di tutela e conservazione causati da mancanza di fondi ma anche dalla paura di cambiare. Pochi conoscono, ad esempio, le grandi raccolte entomologiche, malacologiche o anche mineralogiche. Questo doveva essere un post dedicato al restauro e conservazione dei campioni naturalistici. È anche vero, però, che c’è valorizzazione quando c’è conoscenza. Ho parlato di tassidermia e, soprattutto, del futuro dei musei di storia naturale con Alberto Michelon, naturalista e tassidermista.

Prima della pausa estiva della rubrica “Scienza e Beni culturali” vi daremo anticipazioni riguardanti una manifestazione che avrà luogo in autunno e che fa di cultura, innovazione e multidisciplinarità i propri cavalli di battaglia: vi racconteremo di Museomix.

Le collezioni di fossili che possiamo ammirare nelle vetrine dei musei di storia naturale non sono solo i resti della storia della Terra e di piante e animali che la abitavano in un passato remoto. Spesso custodiscono anche il racconto dell’esistenza di chi li ha trovati, collezionati, studiati e conservati. Questo è sicuramente il caso dei fossili di Darwin, custoditi dal Natural History Museum di Londra e ora protagonisti di un interessante progetto di digitalizzazione.

Come si può analizzare un dipinto straordinariamente famoso e importante senza che il pubblico del museo e, soprattutto le sue casse, ne risentano? Un’ottima risposta a questo quesito è stata data dai curatori del Mauritshuis, a L’Aia, in Olanda, lasciando sotto i riflettori La ragazza con l’orecchino di perla nel bel mezzo di un’approfondita campagna diagnostica.

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