Sapere Scienza

Sapere Scienza

Abbiamo analizzato pigmenti con raggi X, li abbiamo identificati con l’impronta digitale data dalla Raman ma, in realtà, il primo passo che si effettua in sede di indagine diagnostica di strati pittorici, ceramiche e materiali lapidei è la microscopia ottica, una tecnica presa in prestito dalla geologia. L’osservazione dei minerali al microscopio da petrografo – uno strumento particolare, differente dal “solito microscopio” - è utilizzata per descrivere e classificare le rocce. I minerali sono, così, identificati dalle loro proprietà ottiche ossia le caratteristiche mostrate all’attraversamento di un fascio di luce definita polarizzata.

 

Una scheggia di un materiale simile a una roccia con dei segni incrociati di colore rosso. Un oggetto piccolo, delle dimensioni di pochi centimetri, che ha catturato l'attenzione degli archeologi che lo hanno ritrovato. Cosa avrà mai di speciale questo reperto? Potrebbe essere il disegno più antico eseguito da un Homo sapiens. Una prima forma di arte e di ragionamento simbolico? Dare una risposta a questo quesito è molto complesso e, per farlo, i ricercatori hanno svolto numerose analisi. I risultati ottenuti sono stati pubblicati su Nature.

Fino ad ora abbiamo parlato di come studiare i pigmenti presenti nelle opere d’arte ma il colore può anche essere, a sua volta, un mezzo attraverso il quale analizzare un materiale. I colori di una ceramica, di una roccia, di un suolo, possono essere adoperati per la loro classificazione o come ulteriore indizio per comprendere le tecniche di produzione di un manufatto. A questo punto la domanda nasce spontanea: come può essere misurato un colore?

 

I batteri sono ovunque. In grado di colonizzare e proliferare in qualsiasi luogo, qualunque siano le condizioni presenti, anche nel nostro corpo, di cui - la maggior parte delle volte - sono simbionti silenti. Questi microrganismi non potevano fare a meno di trasformare le opere d'arte, con i loro materiali succulenti e le condizioni ambientali spesso favorevoli in cui sono conservati, nel bivacco ideale. Ma le colonie di questi minuscoli e famelici esseri viventi quanto possono danneggiare un dipinto? C'è un modo per combatterli? Sono tutti cattivi o tra loro esistono specie che, invece, sono ben viste nel mondo dei beni culturali? Cerchiamo di capirlo insieme attraverso un esempio, uno studio riguardante una tela del XVII secolo, conservata a Ferrara.

Genitori e maestre, quando eravamo ancora bambini, ci hanno iniziato all’uso dei pastelli: ci davano questi curiosi cilindretti di colori sgargianti e con le nostre piccole manine iniziavamo a tracciare strane forme, personaggi inventati o i protagonisti delle nostre giornate, che fossero eroi dei cartoni animati o amici e parenti.

Terminata la nostra “dating saga” - almeno per ora - questa settimana vi racconterò la storia di una collezione speciale, realizzata da uno dei pionieri dell’utilizzo della scienza nell’ambito dei beni culturali. Ci trasferiamo nell’America dei primi del ‘900 per conoscere Edward W. Forbes.

 

In India il Bos taurus indicus, il mansueto animale che potete osservare nell’immagine di copertina, è sacro. Anche dal punto di vista della conservazione dei beni culturali la vacca sacra indiana ci riserva non poche sorprese. Di cosa stiamo parlando? Continuate a leggere e lo scoprirete.

Quando stendiamo il bucato al sole poniamo sempre molta attenzione a non lasciarlo esposto per giorni, questo perché la luce modifica il colore dei capi che, nelle aree maggiormente illuminate, si schiarirebbe. La stessa cosa, in modalità diverse, succede ai pigmenti di opere d'arte esposte all'illuminazione museale. Nonostante l'avvento delle lampade a LED, i danni da fenomeni fotochimici sono sempre dietro l'angolo.

Gli antropologi dello Smithsonian’s National Museum of Natural History, in collaborazione con studiosi provenienti da tutto il mondo, hanno scoperto che i primi uomini che hanno occupato l’Africa orientale a partire da circa 320.000 anni fa iniziarono ad avviare commerci con altri gruppi, a usare pigmenti e a costruire strumenti più sofisticati rispetto a quelli della prima Età della pietra. Questi comportamenti, che si pensava si fossero sviluppati più tardi nell’evoluzione dell’Homo sapiens, vengono, quindi, retrodatati da questi ultimi lavori.

Il bianco del marmo che si staglia nell’azzurro di un cielo terso. È questa l’immagine impressa nella nostra mente quando si parla di templi greci. Lo stesso stereotipo scatta per la statuaria antica: le belle veneri dalle curve eteree e gli eterni busti dei protagonisti della Roma Imperiale. Per secoli, però, la storia dell’arte non ha tenuto conto dell’azione del Tempo, del degrado ambientale e dei restauri. Il pallore della roccia non era quello che sperimentavano ogni giorno greci e romani. Alcuni di voi saranno sorpresi nel sapere che il passato fosse più vicino al “technicolor” di quanto non immaginassimo.

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