Sapere Scienza

Sapere Scienza

Fino ad ora abbiamo parlato di come studiare i pigmenti presenti nelle opere d’arte ma il colore può anche essere, a sua volta, un mezzo attraverso il quale analizzare un materiale. I colori di una ceramica, di una roccia, di un suolo, possono essere adoperati per la loro classificazione o come ulteriore indizio per comprendere le tecniche di produzione di un manufatto. A questo punto la domanda nasce spontanea: come può essere misurato un colore?

 

Genitori e maestre, quando eravamo ancora bambini, ci hanno iniziato all’uso dei pastelli: ci davano questi curiosi cilindretti di colori sgargianti e con le nostre piccole manine iniziavamo a tracciare strane forme, personaggi inventati o i protagonisti delle nostre giornate, che fossero eroi dei cartoni animati o amici e parenti.

Gli antropologi dello Smithsonian’s National Museum of Natural History, in collaborazione con studiosi provenienti da tutto il mondo, hanno scoperto che i primi uomini che hanno occupato l’Africa orientale a partire da circa 320.000 anni fa iniziarono ad avviare commerci con altri gruppi, a usare pigmenti e a costruire strumenti più sofisticati rispetto a quelli della prima Età della pietra. Questi comportamenti, che si pensava si fossero sviluppati più tardi nell’evoluzione dell’Homo sapiens, vengono, quindi, retrodatati da questi ultimi lavori.

Abbiamo analizzato pigmenti con raggi X, li abbiamo identificati con l’impronta digitale data dalla Raman ma, in realtà, il primo passo che si effettua in sede di indagine diagnostica di strati pittorici, ceramiche e materiali lapidei è la microscopia ottica, una tecnica presa in prestito dalla geologia. L’osservazione dei minerali al microscopio da petrografo – uno strumento particolare, differente dal “solito microscopio” - è utilizzata per descrivere e classificare le rocce. I minerali sono, così, identificati dalle loro proprietà ottiche ossia le caratteristiche mostrate all’attraversamento di un fascio di luce definita polarizzata.

 

Come vi accennavo nel post precedente possiamo identificare con precisione i "colori" di un’opera d’arte adoperando alcune tecniche diagnostiche. In questa puntata parlerò della diffrazione di raggi X (XRD): non solo utile per i pigmenti ma anche applicabile per la caratterizzazione di pietre preziose, materiali utilizzati a fini conservativi e prodotti di corrosione o di inclusione di metalli, rocce, ceramiche, vetri e smalti. Le tecniche basate sulla diffrazione di raggi X, adoperabili su cristalli singoli o su piccoli quantitativi di polveri, sono fondamentali per il progresso delle conoscenze in campo archeometrico e per la conservazione e restauro dei beni culturali.

Terminata la nostra “dating saga” - almeno per ora - questa settimana vi racconterò la storia di una collezione speciale, realizzata da uno dei pionieri dell’utilizzo della scienza nell’ambito dei beni culturali. Ci trasferiamo nell’America dei primi del ‘900 per conoscere Edward W. Forbes.

 

Una scheggia di un materiale simile a una roccia con dei segni incrociati di colore rosso. Un oggetto piccolo, delle dimensioni di pochi centimetri, che ha catturato l'attenzione degli archeologi che lo hanno ritrovato. Cosa avrà mai di speciale questo reperto? Potrebbe essere il disegno più antico eseguito da un Homo sapiens. Una prima forma di arte e di ragionamento simbolico? Dare una risposta a questo quesito è molto complesso e, per farlo, i ricercatori hanno svolto numerose analisi. I risultati ottenuti sono stati pubblicati su Nature.

Il bianco del marmo che si staglia nell’azzurro di un cielo terso. È questa l’immagine impressa nella nostra mente quando si parla di templi greci. Lo stesso stereotipo scatta per la statuaria antica: le belle veneri dalle curve eteree e gli eterni busti dei protagonisti della Roma Imperiale. Per secoli, però, la storia dell’arte non ha tenuto conto dell’azione del Tempo, del degrado ambientale e dei restauri. Il pallore della roccia non era quello che sperimentavano ogni giorno greci e romani. Alcuni di voi saranno sorpresi nel sapere che il passato fosse più vicino al “technicolor” di quanto non immaginassimo.

Vincent Van Gogh, come molti altri artisti, riutilizzava le tele di lavori oramai abbandonati per dipingervi sopra nuove opere. Ciò che è rimasto nascosto per anni agli occhi di storici dell’arte e studiosi rappresenta una finestra sulla genesi di tanti capolavori. Nell’immagine in evidenza possiamo ammirare “Il sentiero d’erba”, un olio su tela risalente al 1887 conservato nel Kröller-Müller Museum di Otterlo, nei Paesi Bassi. Dietro lo strato pittorico a noi visibile si nasconde un volto di donna simile alla “Testa di Donna” del 1884-85 dello stesso autore. Nel 2008, per curiosare al di là della superficie conosciuta, non sono state adoperate le usuali tecniche di imaging: gli scienziati si sono affidati alla fluorescenza a raggi X (XRF), applicata in una maniera un po’ particolare.

In India il Bos taurus indicus, il mansueto animale che potete osservare nell’immagine di copertina, è sacro. Anche dal punto di vista della conservazione dei beni culturali la vacca sacra indiana ci riserva non poche sorprese. Di cosa stiamo parlando? Continuate a leggere e lo scoprirete.

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tirelli

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