Sapere Scienza

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È settembre e l'estate sta per concludersi. In Italia e nel resto dell'Europa anche quest'anno sono state registrate giornate con temperature molto alte, al di sopra della media. Molti di voi si chiederanno se questi dati sono realmente preoccupanti e se sono legati al cambiamento climatico in atto. Gli scienziati hanno analizzato le temperature raccolte dalle stazioni meteorologiche dal 1950 al 2018 nel nostro continente e i risultati ottenuti non sono incoraggianti.

È una corsa contro il tempo quella che l'intera umanità sta affrontando per evitare i catastrofici effetti del riscaldamento globale. Il rapporto IPCC ci ha redarguito sulla necessità di rapidi e drastici cambiamenti prima che sia troppo tardi per agire: gli Stati firmatari dell'Accordo di Parigi dovrebbero limitare l'innalzamento delle temperature globali di 1,5°C, prevedendo una diminuzione delle emissioni globali nette di anidride carbonica, causate dalle attività umane, del 45% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030, raggiungendo lo "zero netto" intorno al 2050. Un obiettivo quasi impossibile. In questo contesto, la riforestazione è sempre stata considerata una delle armi per diminuire la quantità di CO2 nell'atmosfera ma, recenti studi descritti in un articolo pubblicato nel sito di Nature, ci mette in guardia sulla semplificazione di tale concetto. Gli alberi sono un sistema complesso e non sempre il loro contributo potrebbe risultare salvifico.

I dati sulle temperature superficiali mondiali di cui dispongono gli scienziati li hanno portati a sottostimare il recente riscaldamento globale e il tanto pubblicizzato 'rallentamento' di questo fenomeno in realtà non è così lento come sembra. A sostenerlo, uno studio di Kevin Cowtan, cristallografo delle proteine della University of York (Regno Unito). 

L'Amazzonia nella morsa delle fiamme. Sono immagini preoccupanti e drammatiche quelle trasmesse dai media di tutto il mondo riguardanti l'incendio che sta interessando le foreste dell'America Meridionale. Ciò a cui stiamo assistendo oggi, nel 2019, ha però radici più lontane. Con uno dei polmoni verdi più importanti del nostro pianeta, stanno andando letteralmente in fumo una ricca biodiversità e una delle nostre risorse principali per contrastare gli effetti del riscaldamento globale. Quando è iniziato tutto questo e cosa sta succedendo ora?

In futuro farà più caldo e quindi nevicherà di meno. Questo assioma intuitivo, quasi lapalissiano, è in grado di generare aspettative e turbamenti non da poco in chi fa della presenza/assenza di neve una ragione di vita, come per esempio gli operatori turistici della montagna. Ma in un recente numero della rivista Nature, Paul A. O’Gorman del Massachusetts Institute of Technology di Cambridge ha spiegato che l'assioma non trova completo fondamento nelle scienze del clima. Certo, se farà più caldo nevicherà mediamente di meno, ma la quantità di neve che cadrà nel corso di eventi estremi (nevicate copiose) aumenterà, andando a compensare la media. 

È stato firmato a Lecce, domenica 24 marzo 2019, un Joint Research Agreement per l'istituzione di quattro centri di ricerca congiunti localizzati nel Mezzogiorno. L'accordo è stato sottoscritto dal Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Massimo Inguscio, e l'Amministratore Delegato di ENI, Claudio Descalzi, alla presenza del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, del Ministro per il Sud Barbara Lezzi e del Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano. I ricercatori coinvolti si dedicheranno a progetti dedicati alla comprensione dei cambiamenti climatici e alla sostenibilità ambientale.

Sono esposti al pubblico, riposti in appositi cassetti o ancora accatastati in depositi in attesa di essere catalogati e collocati. Stiamo parlando dei campioni appartenenti alle collezioni dei musei di storia naturale: resti di piante, animali e funghi raccolti da studiosi e appassionati nel corso dei secoli. La loro conservazione, la preservazione fisica al di là della digitalizzazione, è stata e sarà fondamentale non solo per continuare a descrivere la storia ed evoluzione degli esseri viventi ma anche per ricomporre i cambiamenti dovuti al riscaldamento globale, caratteristici dell'epoca geologica (non ancora riconosciuta ufficialmente) in cui stiamo vivendo: l'Antropocene.

La riforestazione è, per definizione, la ricostituzione di un bosco o una foresta distrutti. È spesso citata come la soluzione migliore per abbassare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ma non è una soluzione così semplice come può apparire. Ricostituire un habitat comporta una serie di conseguenze naturali ma anche sociali ed economiche che è necessario considerare affinché questo tipo di azioni esprima al massimo il proprio potenziale positivo. Lo studio pubblicato pochi giorni fa su Science percorre questa strada, mettendoci in guardia: dobbiamo prendere decisioni velocemente perché il tempo a disposizione per la realizzazione di riforestazioni "ragionate" potrebbe non essere più sufficiente.

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clark

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