Sapere Scienza

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Poco prima delle 8 del mattino del 15 gennaio 1915, uno dei terremoti più forti che abbiano avuto luogo in Italia colpì la Piana del Fucino (da poco prosciugata dall'antico lago), la Marsica e una vasta area tra Abruzzo e Lazio. Il terremoto di Avezzano raggiunse l'undicesimo grado su dodici della scala Mercalli e causò oltre 30.000 vittime.

Un terremoto è spesso seguito da eventi di intensità minore ma può accadere, invece, che tra le scosse successive ve ne sia una di magnitudo maggiore della principale. Sapere cosa accadrà, se il pericolo è passato o se la terra tremerà nuovamente e più di prima, sarebbe rilevante per il calcolo del rischio geologico e quindi essenziale per salvare vite. Laura Gulia e Stefan Wiemer, ricercatori del Servizio Sismologico Svizzero del Politecnico di Zurigo, stanno mettendo a punto un metodo che riesca, attraverso la valutazione di una specifica costante, a stabilire se il peggio deve ancora arrivare.

La forte scossa di magnitudo 6.5 della notte tra il 25 e il 26 novembre 2019 con epicentro tra Durazzo e Tirana in Albania sta lasciando dietro di sé la consueta triste scia di morti e feriti che sempre accompagna questi eventi, soprattutto quando avvengono in prossimità di centri abitati. Il terremoto è avvenuto in una regione caratterizzata da una significativa sismicità, che è culminata in passato in terremoti di magnitudo elevata. Alcuni esempi relativamente recenti sono il terremoto di Skopje in Macedonia del 1963 (M = 6.1) e il terremoto di magnitudo 6.9 avvenuto il 15 aprile del 1979 sulla costa del Montenegro.

Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto sono state praticamente rase al suolo dalle scosse di mercoledì 24 agosto, la principale di magnitudo 6, alle 3.36, seguita da una sequenza che ormai conta parecchie centinaia di eventi e che durerà probabilmente molte settimane. Basta guardare i dati della sismicità storica per capire che purtroppo questi terremoti sono la normalità lungo la fascia appenninica.

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