Sapere Scienza

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Look for the girl with the sun in her eyes / And she's gone/ Lucy in the sky with diamonds. Le note della celebre canzone dei Beatles risuonavano nelle notti etiopi del 1974. Un team di ricercatori trascorreva i momenti di riposo parlando e ascoltando musica, non sapendo che prestissimo si sarebbero trovati davanti a una grande scoperta. Un osso di un braccio, un altro frammento e un altro ancora. Erano i resti di una femmina di australopiteco, vissuta 3,2 milioni di anni fa, un fossile quasi completo di ominide che gli studiosi decisero di soprannominare proprio Lucy, in omaggio al brano dei Fab 4. A 42 anni da questo straordinario ritrovamento, nuova luce è stata fatta sulle cause della sua morte.

Non siamo nella Chicago anni ’30 della pellicola del 1987 diretta da Brian De Palma ma in Italia, a Ercolano, e gli “intoccabili” sono i papiri ritrovati in una ricca biblioteca distrutta a causa dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Ciò che successe ci è stato raccontato per la prima volta da Plinio Il Giovane ed è poi stato ripreso, secoli dopo, da libri, trasmissioni televisive e progetti di divulgazione per la straordinarietà dell’evento geologico e dei resti giunti sino a noi.

Le sue ossa sono state scoperte nella seconda metà dell’Ottocento, all’interno delle grotte di Eyzies, in Dordogna: un uomo di Cro-Magnon, vissuto circa 28.000 anni fa. Dopo tutti questi anni i ricercatori, supportati dalle moderne tecniche di analisi medica e forense, hanno esaminato il suo cranio e scoperto molto non solo del suo aspetto ma anche del suo stato di salute. Uno straordinario studio che ha meritato la pubblicazione sulla prestigiosa rivista The Lancet.

Il bel volto che potete osservare nell’immagine è appartenuto a Tjetmutjengebtiu, una sacerdotessa del Tempio di Karnak, in Egitto, vissuta durante la XXII dinastia (945-715 a.C.). Le sue spoglie furono mummificate e ora il suo corpo giace in un sarcofago conservato in una delle teche del British Museum di Londra. Voi lettori siete già abituati alle ricostruzioni di volti a partire da crani ritrovati in scavi archeologici. In questo caso, però, è stato diverso perché lo studio delle ossa di Jeni – chiamata così dagli scienziati che si sono occupati di lei – è stato possibile senza la necessità di disturbare il sonno eterno di questa donna venuta da lontano, senza srotolare quelle bende che l’hanno protetta per millenni.

clark

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