Sapere Scienza

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What’s the matrix? La stratigrafia e le storie della terra

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Costruzione di una sequenza stratigrafica (a) a partire da una singola sezione(A) di uno scavo archeologico. Gli strati numerati in figura A  corrispondono a quelli nei rettangoli in figura a. L’immagine è tratta da Edward Harris, Principles of archaeological stratigraphy Second Edition, Academic Press, 1979 Costruzione di una sequenza stratigrafica (a) a partire da una singola sezione(A) di uno scavo archeologico. Gli strati numerati in figura A corrispondono a quelli nei rettangoli in figura a. L’immagine è tratta da Edward Harris, Principles of archaeological stratigraphy Second Edition, Academic Press, 1979

 

Costruzione di una sequenza stratigrafica (a) a partire da una singola sezione (A) di uno scavo archeologico. Gli strati numerati in figura A corrispondono a quelli nei rettangoli in figura a. L’immagine è tratta da Edward Harris, Principles of archaeological stratigraphy Second Edition, Academic Press, 1979

 

No, non stiamo parlando del cyberspazio e di un eletto di nome Neo, protagonista del celebre film del 1999 dei fratelli Wachowski. Se chiedete ad un archeologo cos’è un matrix, vi risponderà dicendovi che è una rappresentazione della stratigrafia di un sito archeologico mediante un diagramma in cui sono disegnati gli strati (rettangoli numerati) registrati su campo e i rapporti (linee) che tra essi intercorrono. L’uso del matrix – inventato nel 1973 da Edward Harris, archeologo inglese – è stato ed è ancora oggi lo strumento fondamentale di una nuova visione dello scavo archeologico, non più finalizzato alla ricerca di oggetti di grande valore estetico ed economico, ma atto a scoprire e ricostruire le “storie della terra”.

 

Cosa intendiamo quando parliamo di stratigrafia? Perché è così importante per chi studia il passato interrogando il sottosuolo? La stratigrafia è un ramo della geologia che si occupa dello studio della correlazione e dell’interpretazione degli strati rocciosi. Gli strati – sia in geologia, sia in archeologia -possono essere definiti come unità omogenee risultanti da fenomeni di erosione/distruzione, movimento/trasporto o deposito/accumulo.

 

Per saperne di più dobbiamo viaggiare indietro nel tempo fino al XVII secolo, quando il danese Niels Stensen – da noi conosciuto come Stenone – gettò le basi per la geologia moderna con il suo libro Prodromus, in cui formulò i tre principi fondamentali della stratigrafia: il principio della sovrapposizione degli strati, il principio dell’originaria continuità laterale degli strati e il principio dell’originaria orizzontalità degli strati. Il primo afferma che di due strati sovrapposti, quello inferiore è sempre il più antico; il secondo che uno strato ha la stessa età per l’intera sua estensione; il terzo che gli strati sono originariamente depositati in maniera orizzontale e ciascun nuovo strato si depone al di sopra dell’altro orizzontalmente rispetto a quello più antico, ossia in direzione perpendicolare alla gravità.

 

I tre principi fondamentali della stratigrafia di Stenone

I tre principi fondamentali della stratigrafia di Stenone

 

Si è affermata più tardi, nel XIX secolo, con il geologo scozzese Charles Lyell, autore di Principles of Geology, la legge della successione faunistica, per la quale gli strati sono datati in base ai fossili che contengono.

 

Compito dello stratigrafo è quello di osservare, descrivere analizzare e interpretare gli strati come contenitori di eventi, configurazioni e processi nella storia del nostro Pianeta. Sono analizzati i processi naturali e antropici che hanno determinato la successione degli strati presenti per riconoscere le condizioni storiche e paleoambientali che hanno portato alla loro formazione. La stratigrafia geologica fu adottata inizialmente anche dagli archeologi ma ci si rese conto che gli effetti dei fattori fisici, chimici e biologici dei fenomeni naturali si manifestavano in maniera differente rispetto all’azione dell’Uomo.

 

Nacque così la stratigrafia archeologica: in base a tale disciplina uno strato superiore può essere più vecchio di quello inferiore (se un individuo ha scavato una buca per infilarvi un palo ed il deposito di terreno sottratto si è accumulato al di sopra della superficie attuale) o che uno strato può essere anche verticale, ad esempio un muro. Ancora, un reperto non è sempre adatto a datare uno strato di origine antropica in quanto potrebbe essere un residuo di un livello più antico o un intruso proveniente da uno più recente.

 

E il matrix? Questo tipo di rappresentazione permette all’archeologo di descrivere la successione di strati e i loro rapporti in maniera molto precisa e quanto più oggettiva possibile, per poi interpretare tutti i dati alla luce della documentazione raccolta durante lo scavo. Non ci dobbiamo mai dimenticare che lo scavo archeologico è un’azione distruttiva e irreversibile e che, quindi, tutte le testimonianze che non sono opportunamente registrate saranno perse per sempre inficiando irrimediabilmente la lettura del contesto oggetto di studio.

 

La stratigrafia archeologica e il matrix hanno costituito un grande passo avanti nella ricerca archeologica, che ha abbandonato l’approccio antiquario e si è proiettata verso il racconto dell’evoluzione delle civiltà e dell’interazione dell’Uomo con l’ambiente. Gli studiosi, un po’ come Neo, hanno dovuto decidere se rimanere ancoràti a metodi obsoleti o progredire in nome dell’oggettività e della ricostruzione scientifica dei fatti. E voi cosa avreste scelto, pillola rossa o pillola blu?

 

 

 

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

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