Sapere Scienza

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Cos'è il trapianto di feci? Speranze e fallimenti di una "strana" terapia

2 Luglio 2019

Leggendo il titolo di questo articolo alcuni di voi avranno provato una sensazione di curiosità mista a disgusto. Ma come, esiste il trapianto di feci? Sì, è una sperimentazione presente già da un po' di anni ma, purtroppo, negli ultimi giorni è ritornata alla ribalta nelle cronache americane a causa della morte di un paziente. A cosa serve questa terapia? Cosa è andato storto nel caso recentemente diffuso dai giornali e dalla stessa FDA, Food and Drug Administration americana?

 

Clostridium difficile: un batterio resistente di nome e di fatto

 

Perché ricorrere a un trapianto di feci? Il nostro apparato digerente è l'habitat di milioni di batteri: nella maggior parte dei casi questi microrganismi sono innocui, anzi, alcuni di loro hanno effetti benefici sulla nostra salute. La flora batterica intestinale, però, può subire modificazioni. Il suo equilibrio può rompersi, ad esempio, a causa di terapie antibiotiche protratte nel tempo e i batteri buoni all'interno del colon possono scomparire lasciando spazio a quelli dannosi quali Clostridium difficile, un batterio anaerobio naturalmente presente nel nostro intestino. Clostridium rilascia delle tossine che danneggiano il rivestimento del colon, dando origine a problemi quali diarrea, febbre, nausea, perdita di appetito, dolori addominali fino ad arrivare alla colite pseudomembranosa, con conseguenze anche letali. Come si può combattere il batterio? La soluzione standard è l'assunzione di un ciclo di antibiotici ma questo potrebbe non bastare. Se ci pensate il problema è la perdita di biodiversità batterica all'interno dell'habitat intestinale. Per ripristinare le condizioni iniziali bisognerebbe quindi reintrodurre le specie scomparse. Indovinate come?

 

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La salvezza nei trapianti di... cacca
 

Per salvare i pazienti con recidive di colite da Clostridium difficile si ricorre a quello che scientificamente è definito trapianto fecale di microbiota. L'insieme dei microrganismi che vivono in simbiosi nell'intestino (e nelle feci) di un donatore sano viene trasferito in quello di un soggetto malato per ripristinarne la biodiversità, restaurando così la presenza dei batteri buoni e quell'equilibrio dato dalla convivenza delle numerose specie di microrganismi normalmente presenti. Come fare arrivare le feci del donatore sano nell'intestino della persona malata senza problemi? Il materiale, in precedenza trattato, viene trapiantato tramite clistere, sondino nasogastrico, colonscopia e persino attraverso l'ingestione di pillole.
I candidati alla donazione, però, devono soddisfare una serie di requisiti: non devono aver assunto antibiotici nei 6 mesi precedenti il trapianto, non devono essere immunocompromessi (avere un sistema immunitario non funzionante), non devono aver fatto tatuaggi o piercing nelle 24 settimane prima del trapianto, essere stati tossicodipendenti o aver avuto comportamenti sessuali a rischio, essere stati in prigione, aver viaggiato in zone a rischio e non devono aver sofferto di disordini gastrointestinali come le malattie croniche intestinali.

 

Un paziente è morto. Cosa è successo?

 

Nonostante i controlli richiesti ai donatori, due pazienti immunocompromessi sottoposti a questo tipo di sperimentazioni, non ancora approvate dalla Food and Drug Administration negli Stati Uniti, hanno contratto gravi infezioni e uno dei due è deceduto. Le feci trapiantate contenevano dei batteri antibioticoresistenti. La comunicazione pubblicata nel sito ufficiale dell'FDA ha quindi segnalato ai ricercatori che le feci utilizzate per i trapianti necessitano di ulteriori controlli legati alla presenza di microrganismi resistenti ai farmaci. Se gli esiti sono positivi, non devono essere impiegate. Il messaggio è stato rivolto anche ai pazienti: è necessaria la consapevolezza che questa tipologia di procedura, sebbene risolutiva in alcuni casi, può essere rischiosa e quindi deve essere la scelta estrema nel momento in cui le cure standard contro Clostridium difficile non funzionano.

 

Rimaniamo in ambito medico con Stefano Micocci e il suo articolo "La nostra salute in un fascicolo sanitario elettronico", acquistabile singolarmente o con l'intero numero di ottobre 2018 di Sapere.

 

Credits immagine: foto di Darko Stojanovic da Pixabay

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