Sapere Scienza

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Peptidi invertono l'invecchiamento: vicina la cura per la calvizie?

5 Aprile 2017

Un gruppo di scienziati ha sviluppato una nuova terapia con peptidi che inverte i sintomi dell'invecchiamento nei topi, inclusa la perdita di capelli e la riduzione della resistenza. Il trattamento, in particolare, riguarda le cellule senescenti, cellule danneggiate che si sviluppano man mano che invecchiamo e che portano a infiammazioni e problemi di salute. Se risultati simili saranno ottenuti anche nei test sugli uomini, questi peptidi potrebbero arginare le malattie legate all'età.

 

Le cellule senescenti

Le cellule senescenti sono cellule che hanno perso la capacità di dividersi ma, rifiutandosi di morire, si accumulano e incrementano i rischi di generare malattie. I ricercatori dell'Università Medica Centrale Erasmus, Paesi Bassi, coordinati da Peter de Keizer, hanno scoperto che i peptidi eliminano le cellule senescenti inducendo in esse l'apoptosi, il meccanismo naturale con cui le cellule muoiono, e lasciano vivere le cellule in salute. I peptidi, nello specifico, bloccano i segnali tra due proteine (FOXO4 e p53) e quando il loro canale di comunicazione è chiuso, vengono compromessi i processi delle cellule senescenti, che quindi vanno incontro ad auto-distruzione.

 

L'effetto 'ringiovanente' dei peptidi

Dopo la somministrazione dei peptidi, nei topi riappariva il pelo, i reni miglioravano e gli animali erano capaci di muoversi due volte più velocemente. A distanza di un anno dai test, inoltre, non era manifestato nessun effetto collaterale. Lo studio, pubblicato sulla rivista Cell, si era inizialmente focalizzato sui reni, ma gli scienziati hanno poi notato anche la ricrescita del pelo e il miglioramento della resistenza fisica.

Lo studio è giudicato particolarmente interessante perché viene presentato un modo per far sì che i peptidi invertano i segni dell'invecchiamento quando questi si sono già manifestati, come dimostra il fatto che il pelo caduto, nei topi, può ricrescere. Naturalmente, gli scienziati mettono in guardia circa conclusioni troppo ottimistiche perché in molti casi gli studi condotti sui topi poi non possono replicarsi sugli umani.

 

[Immagine: credit Peter L.J. de Keizer]

copertina   marzo-aprile 2017

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