Sapere Scienza

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Un robot in sala operatoria

19 Dicembre 2017

Era quasi l’alba del XXI secolo quando la Food and Drug Administration, l’agenzia governativa degli Stati Uniti che ha il compito di vigilare sulla salute e sicurezza pubblica tramite il controllo di cibi, farmaci e dispositivi medici, approvò l’utilizzo di Da Vinci, un robot in grado di supportare i chirurghi durante gli interventi. Il suo nome è un evidente omaggio al genio del Rinascimento italiano, forse il più grande innovatore che la storia abbia conosciuto. Questa tecnologia è all’altezza del personaggio a cui fa riferimento?

 

Un supporto robotico

 

Da Vinci è un sistema robotico adoperato per la chirurgia mininvasiva, ossia in grado di operare effettuando piccole incisioni e riducendo sensibilmente i traumi dei tessuti coinvolti. I suoi ambiti principali di applicazione sono la chirurgia generale, urologica, ginecologica – spesso declinata in campo oncologico – e la chirurgia vascolare e toracica. Nonostante spesso la nostra fantasia dipinga scenari quasi fantascientifici, non dobbiamo immaginare un androide in camice, quasi totalmente indipendente: Da Vinci è composto da una console chirurgica dotata di manipolatori simili a joystick, di un carrello paziente, su cui sono montati i bracci che eseguono l’operazione, e di un carrello visione che contiene l’unità centrale di elaborazione e il sistema video in Full HD. Il chirurgo, non presente fisicamente nella sala operatoria, si siede in una postazione con monitor e comandi e muove i bracci del robot, introdotti all’interno del corpo del paziente attraverso piccole incisioni. Il medico osserva il campo operatorio proiettato in 3D con immagini ferme e ad altissima risoluzione.

 

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I vantaggi di un assistente speciale

 

Abbiamo compreso che è sempre un medico specializzato a effettuare l’intervento ma con dei vantaggi considerevoli: il robot replica i gesti del chirurgo filtrando il tremore naturale delle mani, garantendo così maggiore precisione, e scalandone i movimenti. Cosa significa? Un gesto di una certa ampiezza, svolto dalla mano dell’operatore, diviene un determinato numero di volte più piccolo quando effettuato dalla macchina, consentendo manovre eccezionalmente fini. Inoltre la proiezione del campo operatorio ripreso dall’endoscopio (un piccolo tubo munito di microcamere) permette di ingrandire l’area chirurgica dalle 6 alle 10 volte. Il paziente sottoposto a un simile intervento presenterà minore perdita di sangue, riduzione della degenza, del dolore post-operatorio e dei tempi di recupero proprio grazie all’invasività minima data dalle piccolissime incisioni necessarie.

 

Da Vinci e i suoi fratelli

 

Da Vinci presto non sarà solo, infatti molte start-up stanno sviluppando nuovi robot in grado di competere sul mercato. C’è Versius della Cambridge Medical Robotics, con bracci singoli, progettati sul modello degli arti superiori umani, che i chirurghi potranno muovere in maniera più familiare, senza dover imparare come manovrare dei joystick. In Italia, a Pisa, la Medical Microinstruments si sta occupando di un robot per la microchirurgia ricostruttiva, quindi per riparare vasi sanguigni danneggiati e nervi, che potrà essere anche adoperato per la chirurgia neonatale. Infine la Auris Robotics sta elaborando uno strumento che riesca a entrare nel paziente attraverso la sua bocca. Impressionante ma necessario per rimuovere tumori ai polmoni nel loro stadio iniziale, riuscendo così, in futuro, ad abbassare la mortalità di questo temuto cancro.

 

Esistono altri tipi di macchine, quelle alle quali delegare la propria volontà. Sono le macchine anti-edonistiche e, se volete conoscerne le caratteristiche, non vi resta che leggere l’articolo di Paolo Gallina sul numero di dicembre di Sapere.

copertina   luglio-agosto 2018

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