Sapere Scienza

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Il canto degli uccelli: un efficace linguaggio d’amore il cui segreto risiede nel cervello

1 Marzo 2018

Sarah Woolley è una neuroscienziata del Columbia’s Zuckerman Institute e i cervelli che ha studiato negli ultimi tempi sono quelli di uccelli canori, tra cui diamanti mandarini, passeri del Giappone e diamanti codalunga. Cosa hanno di speciale? Il loro canto è un potente strumento di comunicazione, che permette di trovare la partner che li accompagnerà per tutta la vita, e il loro cervello è appositamente disegnato per far sì che questo accada nella maniera più funzionale.

 

Un’arte che si trasmette di padre in figlio...

 

I maschi di queste specie cantano melodie molto complesse e precise che imparano dai loro padri, copiandole, entro i 90 giorni dalla nascita (quando il loro cervello è ancora piuttosto malleabile). Se questo non dovesse accadere, il povero uccellino si troverà sprovvisto di uno strumento fondamentale per corteggiare una femmina e riuscire a riprodursi. Come si lega tutto questo alle neuroscienze? Gli studi della dottoressa Woolley hanno dimostrato che i cervelli degli individui di sesso maschile hanno un sistema del controllo del suono molto raffinato per convertire le onde sonore in precisi messaggi sociali. Nello specifico, attraverso la melodia l’animale comunica alla femmina che ha un cervello ben sviluppato ed è in salute. La femmina, invece, come fa a prendere la giusta decisione e a scegliere il compagno più adatto?

 

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...e anche di padre in figlia

 

Il cervello delle femmine di queste specie di uccelli è strutturato in una maniera particolare con neuroni “sintonizzati” a un sistema uditivo speciale. Anche loro ascoltano e imparano il canto del proprio padre ma lo usano come standard per giudicare le melodie dei pretendenti e scegliere il partner con cui cresceranno la propria prole.

 

Una canzone d’amore

 

Quanto questa canzone d’amore sia ben cantata dipende dalla predisposizione genetica, ma l’esperienza riveste comunque un ruolo importante: sembra, infatti, che uccelli cresciuti da una diversa specie imparino la canzone sbagliata, nonostante il canto del padre biologico sia udibile. Nell’articolo del New York Times dedicato a questa ricerca, Sarah Woolley afferma: “La magia degli uccelli canori sta nel fatto che l’apprendimento vocale è incredibilmente raro da trovare negli animali. Nessun ominoide può farlo (eccetto l’uomo), nessuna scimmia può farlo e nessun roditore”. La conoscenza dei meccanismi del cervello degli uccelli canori e del loro apprendimento dei suoni potrebbe, secondo questa scienziata, essere materiale di partenza per ulteriori studi volti alla comprensione della neurologia umana, in particolare dei modi in cui i bambini sviluppano il linguaggio parlato che sarà quello che utilizzeranno in seguito, nella loro vita.

 

Non solo gli uccelli, anche le pecore nascondono capacità particolari. Scopritele acquistando e leggendo l’articolo "Attento, le pecore ti guardano (e si ricordano del tuo viso)" di Stefano Pisani, pubblicato sul numero di Sapere di febbraio.

copertina   novembre-dicembre 2018

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