Sapere Scienza

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Chi è un eroe? La risposta va oltre i tratti della personalità

12 Aprile 2018

Quando si parla di eroi siamo soliti pensare a singoli uomini coraggiosi, altruisti, forti, in grado di risolvere situazioni complesse o salvare delle vite unicamente grazie alle proprie straordinarie capacità. Definiamo questa tipologia di persone disegnandone un ipotetico profilo psicologico. Una recente ricerca della Ohio State University ci suggerisce, però, che possono esistere altre forme di eroismo e lo fa analizzando uno degli eventi storici più drammatici del XX secolo: il genocidio del Ruanda.

 

Il genocidio del Ruanda

 

Il 6 aprile del 1994 Juvénal Habyarimana, il presidente - e dittatore dal 1973 - del Ruanda, muore in un incidente aereo. Il mezzo è stato abbattuto da un razzo. Questa è la fiamma che fece esplodere un sanguinoso massacro, i cui protagonisti furono i due gruppi etnici che abitavano questo stato africano: gli hutu e i tutsi. La storia di queste due etnie è estremamente complessa e ridurla in poche righe banalizzerebbe una questione storica e culturale di dimensioni notevoli. In questo spazio possiamo dire che una spirale di intolleranza, esacerbata anche dalla volontà di sottolineare la divisione tra i due gruppi, fu il terreno fertile sul quale crebbe l’odio che scatenò lo sterminio dei tutsi da parte degli hutu. Famiglie, amici, vicini di casa, che fino a pochissimo tempo prima avevano convissuto nello stesso tessuto sociale, erano divenuti dei nemici da uccidere, nella maggior parte dei casi a colpi di machete. Proprio questo costituisce una circostanza particolare: come capiremo in seguito, ci sono stati individui che hanno tolto la vita a tutsi che non conoscevano ma hanno salvato altri a cui erano legati da rapporti di parentela o amicizia.

 

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Chi salvò i tutsi?

 

Gli studiosi hanno esaminato l’altro volto della persecuzione: hanno cercato le motivazioni per cui alcuni membri degli hutu abbiano rischiato la propria vita per salvare i perseguitati tutsi durante il genocidio del 1994. In quattro mesi morirono circa un milione di persone, portando l’eliminazione della maggior parte dei tutsi. I ricercatori hanno intervistato 35 hutu che avevano salvato almeno un tutsi dallo sterminio. Sei degli intervistati erano imputati dalla corte per aver partecipato al genocidio ma, nello stesso tempo, avevano protetto potenziali vittime. Le analisi sono state implementate con i dati di un precedente sondaggio a cui avevano partecipato 273 ruandesi.

 

I maggiori fattori che determinarono un comportamento eroico collettivo

 

Tre sono i fattori identificati associati all’azione collettiva che potrebbe spiegare il gesto eroico: la disponibilità dettata dalla propria biografia, la socializzazione e il contesto.
La disponibilità biografica implica l’influenza delle circostanze che contribuiscono a formare la capacità di un individuo di salvare un altro essere umano: molte delle persone che hanno salvato i tutsi erano più anziane della media della popolazione, avevano quindi maggiore influenza sulle proprie famiglie e non ci si aspettava, proprio per l’età avanzata, che dovessero essere parte attiva del massacro. In questo fattore è compreso anche lo status socio-economico: i più ricchi avevano case più grandi per poter nascondere rifugiati.
Il secondo aspetto è la socializzazione, in particolare la storia familiare e la religione di appartenenza: 20 dei 35 intervistati hanno raccontato che genitori e nonni avevano già salvato tutsi durante precedenti periodi di violenza. Nel sondaggio dei 273 intervistati, solo 3 erano atei mentre il 52% si è dichiarato cattolico e il 40% protestante. Gli avventisti del settimo giorno, il 20% delle persone ascoltate, hanno sottolineato in particolar modo come la religione abbia avuto un ruolo importante nel prendere decisioni (il credo e le tradizioni ad esso legate avevano creato una divisione sociale tra loro e coloro che stavano partecipando alle violenze).
Infine c’è il contesto, la situazione, la configurazione della comunità: i legami sociali con i tutsi che hanno chiesto loro aiuto. Un terzo dei 273 intervistati del sondaggio ha salvato amici e vicini di casa e 32 delle 35 persone ascoltate hanno dato protezione a tutsi che conoscevano. Questo fattore include anche i livelli di violenza e l’essere militanti attivi: la vicinanza alla milizia ha portato al non essere sospettati di aiutare i tutsi.

 

Hollie Nyseth Brehm - co-autrice dell’articolo che riporta questo studio, pubblicato su Social Forces, e professoressa di sociologia presso l’Ohio State University - ha spiegato che indubbiamente i tratti psicologici rivestono un ruolo nella decisione di rischiare la propria vita per salvarne un’altra ma che atti eroici possono essere appannaggio di un gran numero di persone, se poste nelle giuste condizioni.

 

Quali saranno, invece, le caratteristiche che fanno di un batterio un eroe? Lo spiega Domenica Farci nell’articolo “Supereroe tra i batteri” che potrete leggere acquistando il numero di aprile 2017 di Sapere.

copertina   novembre-dicembre 2018

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