Sapere Scienza

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NEWS - Storia & Archeologia

Un reperto incredibilmente completo, rinvenuto in Etiopia, che potrebbe riscrivere la storia dei nostri lontani antenati, gli australopitechi. È un cranio di Australopithecus anamensis di 3,8 milioni di anni fa, un predecessore della più famosa Lucy, piccola esemplare di Australopithecus afarensis. Abbiamo scritto "predecessore" ma potremmo in parte sbagliarci: proprio questa scoperta potrebbe dimostrare che le due specie di australopitechi sono convissute per un certo periodo. Come è avvenuto questo ritrovamento e perché è così importante per ricostruire la storia dell'evoluzione umana?

Forse un nuovo ramo nell'albero genealogico degli ominidi. Questo rivelano i resti ritrovati in una grotta, nell'isola di Luzon, nelle Filippine, protagonisti di uno studio da poco pubblicato su Nature. La nuova specie, a cui è stato dato il nome di Homo luzonensis, risale a un periodo compreso tra i 67.000 e i 50.000 anni fa e indica che probabilmente nel Sud-Est asiatico co-esistevano numerose specie umane.

L'inclusione sociale legata alla disabilità è un tema centrale nello sviluppo della nostra società. È fondamentale combattere contro l'emarginazione, supportare azioni che aiutino, chi è affetto da particolari patologie, a vivere una quotidianità serena e anche sostenere la ricerca per trovare nuove terapie per curare malattie rare. Questo per garantire uguaglianza e dignità a tutti i cittadini. Ma cosa succedeva in passato? Qual era il trattamento riservato a persone con gravi problemi fisici? Gli scienziati hanno iniziato a focalizzare l'attenzione su questo tema per conoscere le antiche dinamiche di comunità e, soprattutto, per ricostruire una storia delle malattie rare che possa essere utile anche alla medicina di oggi. Ne parla un articolo del sito di Science.

Nuove notizie giungono dalla grotta di Denisova, sui monti Altai, in Siberia meridionale. I ricercatori dell'Università di Oxford, in collaborazione con gruppi multidisciplinari di studiosi provenienti da Regno Unito, Russia, Australia, Canada e Germania, hanno finalmente pubblicato i risultati di una serie di analisi cronologiche e genetiche effettuate sui campioni raccolti in quello che è conosciuto come l'unico luogo nel mondo a essere stato occupato da Denisoviani e Neanderthal in differenti intervalli di tempo. La ricerca è descritta in due articoli pubblicati su Nature.

È possibile raccontare l'evoluzione della presenza dell'uomo sul pianeta seguendo l'accumulo in suoli e sedimenti di steroli fecali, importanti composti chimici della fisiologia umana. Scienziati dell'Università Ca' Foscari Venezia e dell'Istituto per la Dinamica dei Processi Ambientali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IDPA) hanno identificato e datato tracce di steroli nei sedimenti di due laghi neozelandesi, riuscendo a provare la presenza dei Maori che, a partire dal 1280 circa, colonizzarono le due isole oceaniche, disboscandole nel giro di pochi decenni, per fare spazio a campi e pascoli. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

Molti dei frutti che si trovano nelle nostre cucine erano già coltivati in Asia centrale più di mille anni fa. Lo dimostra lo studio svolto da Robert Spengler del Max Planck Institute for the Science of Human History: le sue analisi archeobotaniche hanno permesso di capire cosa venisse coltivato nel cuore della Via della Seta durante il periodo di maggior frequentazione. Erano mele, pesche, albicocche e meloni che noi, oggi, conosciamo molto bene proprio grazie al grande fermento commerciale presente in quella regione nel medioevo.

Quelli che osservate nella foto sono frammenti di ossa. Più piccoli di una chiavetta USB, sicuramente non riconoscibili a un occhio non esperto, questi piccoli resti hanno custodito per 90.000 anni una storia genetica speciale. La storia di una ragazzina che aveva una mamma neandertaliana e un papà denisoviano. Questa è la prima volta in cui gli scienziati hanno identificato un individuo antico i cui genitori appartengono a due distinti gruppi umani. L'eccezionale scoperta è stata descritta nell'articolo pubblicato alcuni giorni fa su Nature.

È pugliese il fossile di dolicosauro, una lucertola marina vissuta nel Cretaceo, studiato da un team di paleontologi australiani e italiani. I risultati della ricerca sono stati pubblicati nelle pagine della rivista scientifica Royal Society Open Science e l'animale è stato battezzato con un nome che per molti di voi sarà facile ricordare: Primitivus manduriensis, proprio come il vino rosso della regione che ha preservato i resti dell'antico rettile.

L'estate è quasi arrivata e tra gli animali che la bella stagione ci permette di osservare anche durante una passeggiata all'aria aperta ci sono le lucertole. Proprio una loro antenata è la protagonista della copertina di Nature, realizzata da Davide Bonadonna, celebre paleoillustratore italiano. Cos'ha di speciale questo rettile per meritare un posto di prestigio in una rivista scientifica?

Era stato scoperto nella prima metà del Novecento in una cava del Monte Argentario, in Toscana, e il suo essere così intimamente inglobato nella roccia aveva reso difficile l'identificazione da parte dei paleontologi. Stiamo parlando del cranio fossile di un felide di cui, finalmente, è stata rivelata la classificazione tassonomica ossia l'appartenenza a una determinata specie. La ricerca è stata appena pubblicata su Nature - Scientific Reports da un gruppo di scienziati dell'Università di Perugia, della Sapienza di Roma, dell'Università di Verona e del European Synchrotron Radiation Facility di Grenoble.

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