Sapere Scienza

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Cosa rende una canzone allegra?

4 Dicembre 2017

La musica è la fedele compagna di molti: due cuffiette e la canzone giusta possono influenzare l’inizio di una buona giornata o darci sostegno in momenti di tristezza. Esistono delle caratteristiche specifiche che ci fanno percepire una canzone come allegra? È una domanda a cui hanno cercato di dare una risposta alcuni scienziati che hanno pubblicato, poche settimane fa, i loro risultati su Royal Society Open Science.

 

 

Sono solo canzonette?

 

 

Il gruppo di studiosi ha cercato di indagare l’associazione tra accordi e parole, analizzando specifici set di dati. Sono stati esaminati gli schemi di accordi e canzoni utilizzati in generi musicali, epoche e regioni geografiche differenti. Purtroppo ci sono anche dei limiti nell’approccio adoperato: i brani presi in considerazione sono tutti in inglese, scelti in un database di ascoltatori nord americani ed europei e ristretti a partiture per chitarra. Partendo da queste basi, la scienza è riuscita a spiegare, almeno in parte, le reazioni irrazionali che fa scaturire in noi la musica? Scopriamolo insieme.

 

 

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L’importanza degli accordi

 

 

Come previsto, il tipo di accordi gioca un ruolo importante nei sentimenti associati a un determinato motivo: gli accordi maggiori sono più “allegri” dei minori. Una novità sono gli accordi di settima – tre note più una, suonate simultaneamente – presenti in maniera preponderante nella musica jazz: sono loro i portatori della maggior parte delle emozioni positive che il mondo delle sette note ci può donare. La combinazioni di suoni, però, è solo uno dei fattori valutati.

 

 

Oltre le combinazioni di note

 

 

Vi sono altre variabili che partecipano al legame tra un brano musicale e le emozioni da esso stimolate. Come avevamo accennato, sono il genere musicale, il periodo storico e la regione del mondo a cui appartengono gli ascoltatori. I ricercatori hanno dimostrato, ad esempio, che il punk e il metal sono più tristi della musica religiosa o del rock anni ’60. La distinzione non è sempre così semplice infatti, negli anni ’80, non vi era una prevalenza definita tra accordi maggiori e quelli minori.

Per quanto riguarda le differenze geografiche, in Asia le canzoni tendono a essere più positive ma non vi è una vera e propria prevalenza di accordi maggiori. Questo succede perché la dipendenza tra accordi ed emozioni non è la stessa registrata in Occidente. È interessante apprendere come vi sia, quindi, una variazione culturale nella connotazione emozionale del rapporto tra accordi.

 

 

 

Se desiderate conoscere altri aspetti che legano la scienza e la musica non perdete l’articolo “Tornando a casa” di Philip Ball, pubblicato sul numero di agosto di Sapere.

copertina   agosto-settembre 2017

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