Sapere Scienza

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Westworld, tra fantascienza e scienza

11 Giugno 2018

Siete anche voi dei fan di Westworld? La serie, prodotta da HBO e trasmessa in Italia sulle reti Sky, è ormai giunta alla seconda stagione. Azione, fantascienza e dramma interagiscono sulla sfondo di scenari mozzafiato. Se non conoscete questa storia di robot, in grado di portarci a riflettere su questioni etiche e scientifiche, continuate a leggere: potreste decidere di recuperare la prima stagione e farvi trascinare in questa affascinante storia.

 

Dove tutto è concesso

 

"Westworld - Dove tutto è concesso" è una serie televisiva andata in onda per la prima volta nel 2016. L'opera è basata sull'omonimo film del 1973 (in Italia proiettato con il titolo "Il mondo dei robot"), scritto e diretto da Michael Crichton, l'autore del romanzo da cui fu tratta la pellicola di Steven Spielberg, Jurassic Park. Anche Westworld è un parco e anche in questa ambientazione futuristica l'uomo, per mezzo della tecnologia, diviene creatore di una realtà parallela straordinaria: non dinosauri ma personaggi, situazioni e location del Far West, una sorta di gioco di ruolo in cui gli utenti possono lasciarsi andare ad avventure, anche estreme, senza alcuna paura o senso di colpa. Perché? I residenti del parco, fulcro delle storie che vivranno, sono in realtà dei sofisticatissimi robot di cui gli ospiti potranno disporre a piacimento – fino anche a torturarli e ucciderli – e da cui non potranno subire alcun attacco (ai lettori più attenti questo ricorderà la prima legge della robotica dei romanzi di Isaac Asimov, "Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno"). Ma qualcosa, a un certo punto, va storto.

 

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Nella "mente" di un robot

 

Gli esseri umani ospiti di Westworld molto spesso si spingono molto al di là del limite imponibile dalla morale: abusano dei residenti che, grazie a una riprogrammazione giornaliera, non ricordano le violenze subite e riprendono il proprio ruolo nelle narrazioni come se nulla fosse accaduto. Arriva il momento, però, in cui una riga di codice aggiunta per conferire maggiore veridicità alle espressioni e comportamenti degli androidi apre in loro un varco, lo sviluppo di una consapevolezza che darà l'inizio a una reazione a catena dalle conseguenze nefaste.
Come avrete capito, la trama è complessa e permette di riflettere sugli attuali progressi tecnologici riguardanti l'intelligenza artificiale (AI) ma anche su una questione "tutta umana", ossia la natura delle coscienza. Una serie di fantascienza così costruita non poteva fare a meno di un consulente esterno: è David Eagleman, un neuroscienziato dell'Università di Stanford, a Palo Alto (California), che in una intervista a Science ha risposto ad alcune domande legate all'AI, alla luce di ciò che Westworld ci sta mostrando.

 

 

Intelligenza artificiale e coscienza

 

In futuro riusciremo a riprodurre un cervello umano e le sue caratteristiche principali su un differente substrato, creando così un robot cosciente? Eagleman è stato naturalmente molto prudente nella risposta, affermando che gli scienziati non sanno ancora se ciò sarà effettivamente possibile. Secondo lui, però, una volta compreso il codice neurale potremmo addirittura costruire un migliore substrato che permetterà agli stessi algoritmi che ci governano di funzionare in una maniera più semplice. Un esempio per capire meglio è legato al volo: per secoli abbiamo desiderato volare come gli uccelli e abbiamo iniziato a costruire strutture che somigliassero a delle ali. Poi abbiamo compreso i principi fisici del volo e li abbiamo utilizzati per realizzare aeroplani con ali fisse che ci permettono di spostarci nell'aria più efficientemente e velocemente di quanto facciano gli uccelli.

 

Considerando l'escalation di violenza dei robot all'interno del telefilm, Matthew Hutson, il giornalista di Science, ha chiesto a David Eagleman se potremmo costruire androidi che si comportino come umani, evitando però derive egoistiche e aggressive. Lo scienziato è ottimista riguardo a questo punto: "Odierei sbagliarmi su questo ma molto del comportamento umano ha a che fare con dei vincoli evolutivi. Cose come la competizione per la sopravvivenza, per la riproduzione e per la ricerca di cibo. Questo ha plasmato ogni briciola della nostra psicologia. Quindi gli androidi, non possedendo questa storia, mostreranno certamente una differente psicologia". Leggendo queste righe è spontaneo domandarsi se potranno sviluppare una coscienza, un'esperienza interiore.

 

Eagleman ha spiegato che gli esseri umani hanno memoria per utilizzare le esperienze passate come monito per evitare di commettere gli stessi errori ma non solo: la memoria è anche ciò che ci permette di configurare nella nostra mente ciò che sarà il futuro, attuare una sorta di simulazione di ciò che potenzialmente potrà avvenire. Questo è un aspetto molto interessante quando legato alla storia di Westworld, in cui è proprio qualcosa di simile al concetto di memoria, le ricordanze, parti delle esperienze passate non cancellate dal codice, che inizia a interferire con la routine ipercontrollata del parco.

 

Cos'è che rende il comportamento dei robot più vicino a quello umano? Superando in qualche modo la teoria della mente bicamerale, molto citata all'interno delle puntate dello show, David Eagleman cita un suo testo, Incognito, in cui descrive il cervello come un gruppo di rivali. Questa è un'analogia che indica la presenza di reti neurali in competizione tra loro. Anche in questo caso c'è un esempio chiarificatore: se desideriamo un gelato una parte del nostro cervello vorrà mangiarlo, un'altra ci ripeterà che non dobbiamo farlo perché altrimenti ingrasseremo. L'essere umano possiede "differenti voci" ed è questo che ci rende interessanti, ricchi di sfumature e complessi. La stessa complessità è stata resa, tenendo conto dei consigli di Eagleman, dagli sceneggiatori di Westworld quando hanno deciso che, nell'episodio finale della prima stagione, uno dei robot - Maeve - vivesse un conflitto interiore tra il voler scappare ed essere finalmente libera e il rimanere per poter ritrovare sua figlia. Il neuroscienziato ha sottolineato: "Se gli androidi avessero un'unica voce interiore, perderebbero molte delle sfumature emotive che gli esseri umani posseggono, come il rimpianto, l'incertezza e così via. Inoltre non sarebbe neanche tanto interessante vederli".

 

Parliamo ancora di macchine e volontà ma in un contesto molto diverso nell'articolo di Paolo Gallina "Le macchine anti-edonistiche" che potrete leggere acquistandolo singolarmente o all'interno del numero di dicembre 2017 di Sapere.

copertina   settembre-ottobre 2018

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