Sapere Scienza

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Il permafrost artico si sta sciogliendo più velocemente del previsto

11 Luglio 2019

Gli effetti del riscaldamento globale non si stanno facendo attendere, anzi, alcuni sembrano in anticipo di 70 anni. Stiamo parlando dello scioglimento del permafrost canadese, nelle regioni artiche, fenomeno che sta allertando gli scienziati. I dati che hanno portato a questa scoperta sono raccolti nell'articolo pubblicato su Geophysical Research Letters da un gruppo di ricercatori della University of Alaska Fairbanks.

 

70 anni in anticipo

 

Prima di entrare nel vivo della questione, chiariamo ancora una volta cos'è il permafrost. Il permafrost è uno strato di terreno che rimane a 0° o a temperature minori per 2 anni o più e si trova al di sotto della maggior parte dell'Artide. Come riportato nella pubblicazione sulla rivista scientifica, il permafrost nelle pianure artiche è frequentemente contraddistinto da grandi volumi di ghiaccio che, nel momento in cui si sciolgono, provocano il collasso del terreno sovrastante. Con il riscaldamento dell'area artica ci si aspetta che il permafrost ricco di ghiaccio inizi a degradarsi in zone sempre più estese.
I dati raccolti dai ricercatori hanno dimostrato che la parte di permafrost molto fredda - con un temperatura media annua di -10° e anche meno - sta subendo un aumento rapido dello spessore dello strato attivo a una scala temporale di anni. Cos'è lo strato attivo del permafrost? È lo strato superiore del suolo che si scioglie d'estate e congela d'inverno.
Attraverso il monitoraggio di tre diversi siti dell'Artide canadese, gli scienziati hanno osservato che estati più calde della media hanno portato lo strato attivo a una profondità maggiore, hanno permesso al ghiaccio più vicino alla superficie di sciogliersi e alla superficie sovrastante di collassare.
La profondità massima di scioglimento registrata in tutti i siti è già al di là di quella prevista per il 2090 dai modelli di uno degli scenari di concentrazione dei gas serra (RCP-Representative Concentration Pathways 4.5) dell'IPCC, il Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici. In particolare, RCP 4.5 è uno scenario di stabilizzazione: ciò significa che questo modello rappresenta quello che succederà se si intraprenderanno alcune iniziative per controllare le emissioni, ossia far scendere le emissioni di CO2 al di sotto dei livelli attuali entro il 2070 e stabilizzarne la concentrazione atmosferica a circa il doppio dei livelli pre-industriali entro la fine del secolo. I risultati dello studio ci stanno facendo chiaramente capire che non basterà stabilizzare la concentrazione di gas serra per salvare il Pianeta.

 

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I primi effetti: paesaggi termocarsici

 

Le informazioni raccolte si basano su una spedizione avvenuta nel 2016. A bordo di un particolare velivolo per visitare questi luoghi remoti, gli studiosi hanno scorto un territorio molto diverso da quello che ricordavano aver visto circa 10 anni prima, segnato dal termocarsismo. Quest'ultimo è la configurazione che assume il paesaggio come risultato dello scioglimento dei ghiacci sotterranei in regioni in cui è presente il permafrost. Nell'area è possibile vedere grandi quantità di ghiaccio, piccole buche, valli e collinette che si formano quando il ghiaccio si scioglie e il terreno si assesta in maniera irregolare.

 

Cosa succederà?

 

La ricerca dimostra, quindi, che il permafrost sta rispondendo rapidamente al riscaldamento globale. Come riporta la notizia battuta dall'agenzia Reuters, gli scienziati sono preoccupati per la stabilità del permafrost poiché c'è il rischio che lo scioglimento rapido rilasci grandi quantità di gas serra e questo darebbe il via a un circolo vizioso che condurrebbe a un aumento delle temperature ancora più veloce.
Anche se gli attuali impegni presi dai governi di tutto il mondo sottoscrivendo l'Accordo di Parigi per tagliare le emissioni sono stati migliorati, siamo ancora molto lontani dall'evitare il rischio che questi fenomeni, questi cicli di controreazioni, scatenino un riscaldamento fuori controllo.
Gli scienziati stanno continuando a metterci in guardia poiché temperature nettamente più alte devasterebbero il sud del mondo e minaccerebbero la sostenibilità della civiltà industrializzata nel nord. Questi nuovi risultati non fanno altro che rinforzare l'imperativo di diminuire drasticamente le emissioni di gas serra.

 

Alina Polonia e Fabiano Ventura ci parlano ancora degli effetti del riscaldamento globale nell'articolo "Sulle tracce dei ghiacciai", che potrete acquistare e leggere singolarmente o scaricando il numero di Sapere di aprile 2017.

 

Credits immagine: foto di Free-Photos da Pixabay

copertina   settembre-ottobre 2019

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