Sapere Scienza

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RUBRICA - Chimica

Da quando l'uomo ha iniziato a scambiare merci tramite il commercio, è sorta la necessità di avere delle unità di misura affidabili e riproducibili. Da questo punto di vista le grandezze più importanti sono certamente la lunghezza e la massa, a cui vanno aggiunte tempo, temperatura, quantità di sostanza, intensità luminosa e intensità di corrente per completare la griglia delle sette unità di misura fondamentali adottate oggi dal Sistema Internazionale di unità di misura. Col passare del tempo le definizioni sono diventate sempre più precise e riconducibili a fenomeni naturali o costanti universali misurabili con grande accuratezza.

Nel XVI secolo Cristoforo Armeno scrisse la novella Peregrinaggio di tre giovani figliuoli del re di Serendippo raccontando di come la sagacia, l’acutezza e lo spirito di osservazione possano portare a felici intuizioni di fronte a eventi che si presentano per puro caso. Horace Walpole, colpito, coniò il termine serendipità (serendipity) ispirandosi proprio al titolo del racconto.

Il primo maggio di quest’anno è stato festeggiato dai lavoratori italiani forse con poca enfasi sul vero significato della data. Non tutti hanno goduto di questa celebrazione perché una gran parte di coloro che hanno festeggiato si sono recati in visita presso i negozi di molte grandi catene, facendo lavorare lavoratori a cui la propria festa è stata in questo modo negata. Una contraddizione in termini, visto che per alcuni la festività è tale e per altri è invece - proprio a causa della ricorrenza - una giornata particolarmente stressante. Sono le famose facce della stessa medaglia che, però, sono una iattura per chi si trova sulla faccia sbagliata.

Prendete del fegato d’anatra muschiata. Fatto? Bene, ora trituratelo e mettetene un grammo in una bottiglia da 100 mL, riempitela d’acqua distillata e agitate molto forte. Più forte. Un po’ di più… Ok, può bastare. Svuotate il tutto, lasciando nel recipiente le goccioline che normalmente restano adese alle pareti. Riempite di nuovo con 100 mL di acqua distillata e ripetete tutto il procedimento. Ripetetelo per altre 200 volte. Alla fine, mettete l’acqua in un nebulizzatore e spruzzatene un po’ su una pallina di zucchero grande come una Zigulì. Il risultato? Avete preparato una pillola di Oscillococcinum alla “potenza” 200K, dove K indica il fattore di diluizione korsakoviano, che corrisponde circa a 100, e 200 è il numero di ripetizioni di tale diluizione.

 

L’Oscillococcinum è il farmaco omeopatico antinfluenzale più venduto al mondo. Ogni pallina viene venduta a un euro. La forte agitazione, o “succussione”, che avete fatto a ogni diluizione, si chiama in gergo “dinamizzazione” e serve a far assumere all’acqua una configurazione particolare, dovuta alla presenza del principio attivo che ne imprime la “memoria”. Questa è fondamentale perché è l’unica cosa che rimane dopo la serie di diluizioni. Del principio attivo non è rimasto nulla. Ma qual è questo principio attivo? Si tratta di un batterio inesistente, l’Oscillococco, che il fantomatico scopritore, il fisiologo Joseph Roy (1891–1978), credette di vedere nel sangue dei malati di influenza spagnola (1917-1919) e al quale attribuì l’insorgenza della malattia. E invece erano semplici bollicine d’aria. Che poi l’influenza sia causata da virus e non da batteri è un’altra storia, che però fu chiarita solo qualche decennio più tardi. Ma il caso volle che il nostro fisiologo individuasse proprio nel fegato d’oca un’alta concentrazione di bollicin… pardon, Oscillococchi! Ed è per questo che una nota ditta, ancora oggi, produce l’Oscillococcinum, immolando una volta all’anno UN fegato d’oca. Avete letto bene, uno. Perché uno solo basta per produrre tutte le palline che vengono commercializzate.

 

Ma facciamo un passo indietro. Perché mai si usa questa bizzarra procedura di produzione? Perché una persona, per curare l’influenza, uno dovrebbe ingoiare una pallina contenente la “memoria” dell’agente che l’avrebbe scatenata? La pratica nacque nei primi anni dell’Ottocento da un’idea del medico tedesco Samuel Hahnemann (1755-1843). Egli fece un curioso esperimento su se stesso: assunse diverse dosi di chinino, usato a quel tempo per curare la malaria, e credette di aver sviluppato i sintomi della malattia. Così egli formulò l’ipotesi che la guarigione da una malattia potesse essere favorita da una sostanza che induce i sintomi di quella patologia in una persona sana. Da qui il nome “omeopatia”, (curare con il simile) in opposizione ad “allopatia” (curare con gli opposti), termine coniato dallo stesso Hahnemann, ma non in uso negli ambienti della medicina ufficiale. L’esperimento del chinino non poté essere replicato su altri individui ma oramai Hahnemann si era convinto della veridicità della sua ipotesi e nel 1806 enunciò i principi fondanti dell’omeopatia:

  1. il "principio dei simili", ossia le malattie si curano con le stesse sostanze in grado di scatenare una sintomatologia simile in un soggetto sano;
  2. il farmaco omeopatico idoneo a una patologia va identificato valutando gli effetti della sostanza pura, assunta singolarmente da un individuo sano;
  3. le succussioni danno ai medicamenti un'energia che viene moltiplicata dalla diluizione.

Lasciamo il lettore riflettere sul fatto che l’acqua usata per eseguire le diluizioni è venuta a sua volta a contatto con chissà quante sostanze e che, a rigor di logica, dovrebbe conservare la memoria di ognuna. Prendiamo atto del fatto che l’acqua debba subire dunque un processo di “smemorizzazione” prima di essere usata.

 

La teoria trovò largo consenso nel XIX secolo, tanto che sorsero numerosi ospedali omeopatici dove si somministravano ai pazienti farmaci con ottima memoria. Clamoroso fu il caso delle elevate percentuali di guarigione (84%) dal colera durante l’epidemia del 1854 a Londra, contro il 46% degli ospedali tradizionali, dove i pazienti venivano curati con pratiche più tradizionali, come ad esempio il salasso, molto in voga all’epoca. Hahnemann notò che i primi sintomi del colera erano simili a quelli di abuso di canfora, prescrivendo quindi un trattamento a base di canfora diluita 1:12 in alcol1 (non una diluizione propriamente omeopatica quindi). Casualità volle che la canfora fosse un buon disinfettante, che a quei tempi non era stato ancora introdotto di routine nella pratica medica.

 

Naturalmente, col progredire della ricerca medica e il migliorare delle terapie ufficiali, gli ospedali omeopatici iniziarono a perdere di popolarità e a chiudere l’uno dopo l’altro. Al giorno d’oggi, ça va sans dire, nessun test clinico ha potuto dimostrare un’efficacia terapeutica che sia superiore all’effetto placebo di qualsivoglia preparato omeopatico. Inoltre l’Organizzazione Mondiale della Sanità sancisce ufficialmente l’inefficacia dell’omeopatia. Del resto l’entità della costante di Avogadro (N0 = 6.022*1023 molecole/mole), dovrebbe convincere chiunque che i preparati omeopatici più diffusi contengono solo… gli eccipienti. Consideriamo, infatti, un preparato alla potenza 12K (molto comunemente usata), che equivale ad una diluizione di 1024 volte. Orbene, dal momento che una mole di sostanza (che pesa ben più di un grammo) contiene appunto 6.022*1023 molecole, il preparato 12K conterrà 0,6022 molecole. E siccome ogni molecola è indivisibile, significa che il principio attivo è assente a tutti gli effetti.

 

Ci sarebbe piaciuto poter affermare che Avogadro e la teoria atomica avessero decretato la fine dell’omeopatia. Purtroppo, dopo il suo quasi totale abbandono già alla fine dell’800, l’omeopatia, che sempre più spesso viene confusa con la fitoterapia (in cui ci si cura con estratti di erbe ma a concentrazioni “normali”) ha avuto un revival alla fine del ‘900, con un picco intorno al 2000 in paesi come l’Italia, la Francia e l’Inghilterra. Ci consola almeno il fatto che la percentuale di utilizzatori sia in continuo calo. D’altro canto, se ci credi davvero, l’effetto placebo è pur sempre efficace: prendendo l’Oscillococcinum, l’influenza guarisce in una sola settimana, anziché in sette giorni.

 

1 Fonte: L'anti-cholera, o sia soluzione de' problemi più importanti relative al colera Asiatico, dedotta dalle osservazioni su di esso fatte in tutte le parti del globo, Editore Dalla stamperio e cartiera del Fibreno, 1832

Un polimero di grande impiego nella vita quotidiana è il polivinilcloruro o PVC (usato peraltro anche in quelli che tutti, impropriamente, chiamiamo vinili), alla cui famiglia appartengono gli ftalati. Questa sostanze possono manifestare reprotossicità, cioè tossicità per l'apparato riproduttivo. L’Europa ha riconosciuto le conseguenze dell’uso degli ftalati nel 1998 imponendo bando all’uso di questi composti chimici come ammorbidenti per la plastica nei materiali e negli oggetti destinati ai bambini, mentre la mentre la Food and Drug Administration non ha ancora inserito gli ftalati fra le molecole reprotossiche...

copertina   luglio-agosto 2018

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