Sapere Scienza

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Iniezioni letali: il confine invalicabile troppo spesso valicato

14 Gennaio 2021 di 

«Le idee camminano sulle gambe degli uomini» è una frase di Pietro Nenni – uno dei padri della nostra Repubblica – che vede nel contributo individuale la meta di idee anche meravigliose. Pol Pot aveva in mente princìpi di uguaglianza e giustizia che sulle sue gambe hanno però portato all’eccidio di circa un quarto della popolazione della Cambogia. La stessa cosa succede per le cose. Le pietre possono essere usate per costruire case, erigere muri o lapidare.

A proposito di pietre, il cloruro di potassio (KCl) è un solido bianco cristallino che può essere impiegato come fertilizzante, come parziale sostituto del sale da cucina per abbassarne il tenore di sodio ed è elencato nella lista dei farmaci essenziali dall’Organizzazione Mondiale delle Sanità. Ma in mano a un medico distratto che esagera con la dose diventa un’arma letale perché è in grado di fermare il cuore dello sventurato paziente.
Il cloruro di potassio è una delle cose che cammina sulle gambe delle persone, infatti qualche “pietoso” legislatore ha pensato di sostituire la brutale impiccagione o la sedia elettrica con la tecnica molto più “umana” dell’iniezione letale, che altro non è che una massiccia dose di KCl nelle vene dei condannati a morte.

 

Come muoiono i condannati a morte


Da quello che si dice, l’iniezione del KCl è estremamente dolorosa – viene raccontata come fuoco liquido iniettato nelle vene – e il condannato a morte potrebbe avere spasmi intensi per tutta la durata della procedura a causa di questi dolori.
Per impedire gli spasmi è necessario amministrare al condannato a morte un miorilassante, un farmaco – di solito il bromuro di vecuronio – normalmente usato nella pratica chirurgica per rilassare il muscoli dei pazienti sottoposti a intervento, ad esempio per facilitare l’intubazione in sala operatoria.

 

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Il vecuronio

 

Anche nel caso del vecuronio, la dose richiesta nella pratica medica è molto inferiore a quella iniettata al carcerato che deve affrontare la sentenza di morte, che inizierebbe ad avere grandi difficoltà respiratorie e ad annaspare. Bisogna evitare anche questo. Bisogna essere “compassionevoli” mentre si toglie la vita a un essere umano! (Questo è un orribile esempio di ossimoro!)
La soluzione è allora di sedare il reo iniettando una dose imponente di midazolam, un ansiolitico della classe delle benzodiazepine, che rende incosciente il condannato a morte.
Questa, in breve e risparmiandovi particolari tecnici raccapriccianti, è la procedura seguita in Arizona. Molti altri Stati USA usano procedure analoghe.
Se tutto va bene, la vittima – che certamente si sarà macchiata di orribili reati – muore in un tempo compreso fra i 10 e i 15 minuti; sfortunatamente sono riportate cronache di sofferenze che si sono protratte anche per 45 minuti, una eternità.

 

 2Una benzodiazepina

 

 

Pena di morte: giustizia o omicidio?

Sono solo io che vedo nella pena di morte, e in queste ipocrite procedure che dovrebbero attenuare il nostro senso di colpa, un limite invalicabile che ogni volta viene attraversato e che ogni volta porta a nuove vittime che si sommano a quelle per le quali si vorrebbe offrire giustizia? Non lo so, ma ancora una volta questo limite è stato valicato il 13 gennaio di quest’anno quando è stata messa a morte Lisa Montgomery, una assassina responsabile di un orrendo omicidio. Sangue su sangue.
Facciamo ben attenzione, in questo orribile modo di dare la morte, la chimica non ha alcun ruolo. Il ruolo ce l’hanno i legislatori, i governatori, i giudici e i sostenitori della pena di morte sulle cui gambe camminano quelle molecole altrimenti innocenti.

Massimo Trotta

Massimo è chimico e svolge la sua attività di ricerca presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Si occupa di fotosintesi e delle sue applicazioni ambientali.

copertina   novembre-dicembre 2020

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