Sapere Scienza

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L’origine dell’ambra grigia: un misterioso prodotto dal profumo senza tempo

31 Maggio 2021 di 

Quando si pensa ai prodotti usati nell’industria dei profumi o alimentare, si palesa nelle nostre menti un giardino celeste, ricco di fiori esotici dalle bellissime corone, piante aromatiche e una nube inebriante di dolci e intense note fragranti. La realtà, tuttavia, non è così idilliaca. Moltissimi componenti dei più famosi prodotti di cosmesi derivano da fonti di discutibile bellezza.
È il caso dell’ambergris, o ambra grigia, il più potente fissativo per profumi oggi conosciuto. Serve a legare persistentemente la fragranza sulla pelle del fortunato consumatore e avvolgerla con odori unici particolarmente piacevoli all’olfatto.

 

Cos’è davvero l’ambra grigia?


Nota già nel IX secolo d.C., considerata il più prezioso bene di lusso, la sua vera natura è stata scoperta soltanto recentemente. L’ambra grigia appare come un massiccio blocco grigiastro che viene raccolto sulle coste, portato dalla risacca, oppure in pieno oceano, galleggiando sul pelo dell’acqua.
Moltissime sono le teorie proposte nei secoli per spiegare l’origine di questo oro marino: dalla schiuma del mare essiccata, a un frutto di qualche albero che crescesse lungo i pendii delle scogliere, a un minerale distaccatosi dai fondali oceanici a seguito di eruzioni sottomarine. Per quanto possa sembrare disgustoso e impensabile per un prodotto usato in profumeria, l’ambergris è, molto semplicemente, il prodotto delle feci dei capodogli (Physeter catodon). Le prime ipotesi sulla sua stretta relazione con i grossi cetacei risalgono intorno al 1280, quando venne notato che spesso l’ambergris si trovava negli oceani scandagliati dai balenieri. Si ipotizzò che si potesse trattare di sacche di liquido seminale degli esemplari adulti, da cui il nome comune sperm whale per il capodoglio e il nome ambra, da anbar che è il nome arabo per i cetacei.
Nel 1724 venne stabilito che l’ambergris fosse direttamente correlata ai capodogli e si scoprì che era prodotto ed espulso come materia fecale. Entrambi i sessi degli esemplari producono ambra grigia, con una frequenza di circa 1 animale su 200. Il materiale raccolto ha dimensioni assai variabili, da sassolini grandi pochi centimetri a dimensioni colossali di 15 metri per un totale di oltre 450 kg. Se umido, l’ambergris odora di cadavere e sangue rappreso ma, una volta secco, esala un aroma di legno antico misto all’odore del mare. Si tratta di ammassi di materia organica insolubile in acqua, misti a cristalli di fosfato di ammonio e magnesio, un sale prodotto dalle balene per eliminare la grande quantità di azoto introdotta attraverso la loro dieta a base di calamari giganti, animali il cui contenuto proteico è altissimo.

 

La genesi dell’ambra grigia


All’interno della massa di ambergris si trovano infatti becchi e penne dei calamari digeriti. L’ambregris è una complessa miscela di derivati terpenici, di cui il maggioritario è l’ambreina (circa il 40% in massa). Seguono molecole i cui nomi lasciano poco spazio all’immaginazione: l’epi-coprosterolo (30-40%), il pristano (2-4%), il coprosterolo (1-5%) e coprostan-3-one (6-8%).
Ben poco si sa sulla biogenesi: sicuro è che prendono atto dei fenomeni ossidativi enzimatici, promossi dalla flora batterica dei capodogli, dall’ambreina che reagisce ulteriormente per formare l’ambrossano e l’ambrinolo, i due composti responsabili dell’odore. Queste reazioni chimiche sono catalizzate dagli ioni rame proveniente dalla emocianina, una proteina a base di rame che consente la respirazione dei cefalopodi con cui banchettano i capodogli.
La prossima volta che ci inebriamo con un costoso profumo, pensiamo all’origine di quel gradevole aroma!

 

 

Immagine di copertina di Danilo Litta

Giorgio Rizzo

Giorgio, laureatosi in Chimica con specializzazione magistrale in Chimica dei Sistemi Molecolari, oggi frequenta la scuola di Dottorato in Scienze Chimiche e Molecolari presso l’Università di Bari.

9788822094513   settembre-ottobre 2021

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