Sapere Scienza

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Apple e il governo US litigano per un iPhone

15 Marzo 2016 di 

Alla fine del mese di febbraio i principali organi di informazione hanno riportato con clamore la notizia che Apple si è opposta alla richiesta da parte dell'FBI, avanzata davanti alla Corte Distrettuale della California, di accedere ai dati di un iPhone utilizzato nell’attacco terroristico di San Bernardino nel dicembre del 2015.

L’FBI aveva bisogno di accedere all’iPhone di uno dei terroristi, così da poter dare una svolta alle indagini in corso su un caso di estrema importanza nazionale; Apple si è rifiutata di modificare il software dell’iPhone, per non stabilire un pericoloso precedente di violazione della privacy, che potrebbe condurre a uno scenario di generale incertezza sulla sicurezza dei dati dei propri clienti. Questo casus belli ha generato una vasta discussione pubblica, con posizioni a favore e contro la decisione di Apple, la quale, dopo quasi un mese, continua a rivendicare la correttezza del proprio rifiuto.

 

Perché la Apple nega il permesso?

Una delle motivazioni che hanno spinto Apple ad agire in questo modo ha certamente a che fare con il marketing: la necessità di ricostruire una immagine positiva sul tema della gestione dei dati privati dei propri clienti. Questa rispettabilità era stata compromessa seriamente nel 2013, quando le rivelazioni di Edward Snowden avevano reso pubblico che Apple (insieme a Facebook, Google, etc) aveva collaborato alle operazioni di sorveglianza digitale di massa messe in atto dalla National Security Agency sui dispositivi di milioni di utenti. È anche a causa di queste rivelazioni che, dal 2014, Apple ha incluso un nuovo un sistema di criptazione all’interno dei propri iPhone; un sistema così potente da non permettere nemmeno alla medesima azienda californiana di accedere ai dati dei propri consumatori. In pratica, se si sbaglia il codice PIN più di 10 volte, i dati presenti sul dispositivo diventano irrimediabilmente illeggibili.

 

Chi deve decidere sulla nostra privacy?

Al di là del caso specifico, questo conflitto tra l’azienda californiana leader nelle tecnologie mobili personali e il governo statunitense mette in luce un nervo scoperto nella nostra vita di consumatori digitali. La domanda è: a chi spetta il compito di decidere sulla sorte della nostra privacy digitale e tutelare la sicurezza delle nostre vite tecnologiche? Alle aziende che ci vendono i loro dispositivi? Ai governi che devono decidere per il bene collettivo? O forse anche alle organizzazioni non-governative attive sul tema dei diritti digitali, come nel caso della Electronic Frontier Foundation? Non c’è dubbio che presto dovremo affrontare altri conflitti di questo tipo in cui aziende, consumatori e governi si troveranno a discutere attorno alle funzioni dei dispositivi tecnologici, per definire (e difendere) il confine che separa la tutela della privacy da altre necessità e interessi.

Paolo Magaudda

Sociologo dell'Università di Padova, dove si occupa del rapporto tra tecnoscienza, cultura e società, ed è segretario nazionale di STS Italia, la società scientifica che promuove lo studio sociale della scienza e della tecnologia.

Sito web: www.paomag.net

9788822094445   luglio-agosto 2020

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