Sapere Scienza

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La curiosa storia del Bluetooth e il vichingo dai “denti blu”

11 Giugno 2021 di 

Non ricordo mai come si scrive una parola che uso frequentemente, eppure la tecnologia che vi è a monte è stata pensata dalla mia tanto amata Hedy Lamarr (per saperne di più si veda il mio libro Il computer è donna) e la parola è ormai presente anche nei dizionari italiani. Alcune volte scrivo Blu, altre penso al francese Bleu, spesso ci azzecco con Blue… poi, sulla seconda parte, sono sempre insicura, non ho mai la convinzione di averla scritta bene! Quindi, mi sono messa alla ricerca di un metodo che andasse a sanare queste mie incertezze. Osservando bene, mi sono accorta che effettivamente la parola in questione è la traduzione letterale di “dente blu” e questo mi ha aiutata definitivamente a ricordarla. Oggi scrivo correttamente e senza alcun indugio Bluetooth e non perdo neanche un secondo di tempo per controllarla.

Poi sono arrivate altre domande: perché un sistema sofisticato che permette la connessione dei dati si chiama “dente blu”? Perché hanno scelto proprio questo nome stravagante? Così ho scoperto questa storia.

 

Perché il Bluetooth si chiama così?


Il re danese Harald Gormsson (Aroldo I di Danimarca), uomo dalle straordinarie abilità diplomatiche vissuto nel X secolo d.C., il cui regno durò tra il 935 e il 985, riuscì a unificare le terre scandinave, abitate da svariate tribù in lotta tra loro, arrivando alla costituzione di un grande regno che comprendeva le attuali terre di Norvegia, Danimarca e Svezia. Nonostante si fosse trovato ad avere di fronte popoli dalle tradizioni, usanze, culture e religioni molto diverse tra loro, Harald riuscì a garantire un periodo di pace finanche sotto l’aspetto religioso, poiché fu capace di rendere indolore la transizione dal paganesimo al cristianesimo. Durante il suo regno, egli fece costruire il primo ponte della Scandinavia meridionale che fu fonte di grande prestigio per il re, il ponte di Ravning, largo 5 metri, lungo 760 metri e dall’altezza di 1,5 metri, impressionante per l’epoca.
Proprio come vari altri governanti del Medioevo, anche Gormsson ebbe un soprannome. Era chiamato Blatonn in norreno antico o Blåtand in danese, nome che in inglese si traduce con Bluetooth. Aroldo I aveva la fama di essere un “dente blu” perché era ghiotto di mirtilli ma, secondo altre fonti, pare avesse un grosso dente morto di colore bluastro o ancora che seguisse l’usanza di colorarsi di blu i denti prima di ogni battaglia, per apparire più spaventoso.
Sta di fatto che Jim Kardach, ingegnere della Intel, e Svenn Mattison della Ericsson, si ritrovarono nell’estate del 1997 a Toronto per lavorare a un nuovo progetto per la trasmissione dei dati. Svenn Mattison, in quei giorni, stava leggendo il libro Le navi dei vichinghi di Frans Gunnar Bengtsson, un romanzo storico fra i cui personaggi vi era proprio il re danese Harald Gormsson. In quella occasione, i due ingegneri si accorsero di nutrire una passione comune per la storia della Danimarca e per la figura di re Aroldo I. Approfondendo i racconti riguardanti questo sovrano dalla personalità assai singolare, i due ingegneri decisero di utilizzare l’epiteto dato al re scandinavo per identificare il progetto cui stavano lavorando.

 

Una tecnologia wireless per far “parlare” i cellulari


Negli anni ’90 del secolo scorso, i produttori di telefonia mobile avevano adottato sistemi e protocolli molto diversi tra loro per i loro hardware. Si era alla ricerca di una tecnologia wireless che consentisse una semplice comunicazione tra dispositivi, ma gli standard risultarono abbastanza incompatibili. I grandi nomi della telefonia, Nokia, Ericsson, Intel e IBM, si unirono allora per creare un unico standard di comunicazione e all’ingegnere Jim Kardach venne affidato il ruolo di mediatore interaziendale. Il 20 maggio 1999 venne formalizzata la creazione di uno standard che aveva lo scopo principale di connettere, utilizzando le onde radio, in maniera affidabile e veloce, dispositivi di diversa natura e fabbricazione.
Inizialmente, si pensò di identificarla con il nome Flirt proprio per sottolineare che i dispositivi dovevano essere vicini, quasi a toccarsi, per potersi scambiare dati. Successivamente, in via del tutto provvisoria, si pensò di lanciare questo nuovo standard con il nome Bluetooth, con l’obiettivo di cambiarlo in un secondo momento, quando il nome ufficiale fosse stato deciso: era questo un modo per riconoscere la ricchezza del grande patrimonio vichingo in possesso della società di telecomunicazioni svedese Ericsson. Tuttavia, Bluetooth fu un successo immediato e il nome non fu mai sostituito.
Il paragone si rivelò quanto mai azzeccato poiché, sulla falsariga delle gesta del regnante, il progetto si proponeva di riunire due dispositivi mobili sotto un unico paradigma di comunicazione. Quale nome migliore per questo standard tecnologico se non quello derivato da un sovrano che ebbe la fama di essere un unificatore di popoli?

 

Cosa significa il simbolo del Bluetooth?


Anche la scelta del simbolo non è del tutto casuale e volutamente rimanda alle antiche rune scandinave. L’icona stilizzata non è altro che la sommatoria delle due rune Hagall (l’equivalente della nostra “H”) e Bjarken (corrispondente alla “B”). Anche qui, vi è un sostanziale richiamo alle gesta del regnante della Danimarca poiché “HB” è un acronimo che deriva da Harald Blåtand, rispettivamente il nome e il soprannome del sovrano. Queste le parole di Kardach: «Harald ha unito Danimarca e Norvegia, Harald pensa che i PC mobili e i telefoni cellulari dovrebbero comunicare senza soluzione di continuità!».

 

 

bluetooth

 

Penso proprio che, a questo punto, la scelta del colore dello sfondo non abbia bisogno di spiegazioni.

Carla Petrocelli

Carla Petrocelli insegna Storia della rivoluzione digitale presso l'Università di Bari. Studiosa del pensiero scientifico moderno, si è specializzata nell'evoluzione del calcolo automatico focalizzando l'attenzione sul rapporto tra uomo e tecnologia e sulle sue ripercussioni antropologiche. È autrice di numerosi contributi scientifici dedicati alla storia dei linguaggi di programmazione e ai protagonisti dell'informatica.

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