Sapere Scienza

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Cambiamento climatico: il tempo sta per scadere

24 Aprile 2020 di 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Meteorologia (WMO) il 2019 a livello globale è stato il secondo anno più caldo mai registrato, con un aumento, rispetto al periodo preindustriale (1850-1900), di +1,1 °C. Il valore osservato è soltanto l’ultimo di una serie di anomalie positive iniziata alla fine degli anni ’70 che ha portato a un aumento medio della temperatura globale di circa 0,9 °C.

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L’aumento delle temperature


Gran parte di questo incremento è stato osservato negli ultimi decenni e in particolare tra il 2003 e il 2019 (circa +0,018 °C/anno), periodo durante il quale si sono registrati gli anni più caldi dell’intera serie storica. Si conferma così una delle caratteristiche più evidenti del cambiamento climatico: la sua rapidità.
In Europa – e in Italia – l’aumento delle temperature è ancor più marcato: tra il 1970 e il 2019 la temperatura media è aumentata di quasi 2 °C. Per comprendere l’eccezionalità (e la pericolosità) del fenomeno basti pensare che durante l’ultima fase post-glaciale la temperatura sulla Terra è aumentata, nella fase di maggior contributo solare, di circa 4,5 °C in 4000 anni, mentre attualmente si osserva un incremento di quasi 1 °C in soli 40 anni! È bene ricordare che il contributo solare, a differenza del periodo post-glaciale, risulterebbe sfavorevole a un innalzamento della temperatura terrestre (si veda la mappa su Sapere 2/2020) e che quindi gran parte dell’aumento va attribuito alle emissioni antropiche di anidride carbonica, la cui concentrazione nel 2018 ha raggiunto i massimi da 14 milioni di anni (407,8 ppm).

 

Quali sono le conseguenze del cambiamento climatico?


Tra gli effetti più evidenti del riscaldamento climatico troviamo la forte riduzione estiva della banchisa artica iniziata a metà degli anni ’80 e intensificatasi notevolmente dal 2000. L’estensione del pack nel mese di settembre tra il 1979 e il 2019 si è ridotta del 43%, passando da 7,7 milioni di kmq ad appena 4,4 (fonte: NSIDC).

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Neppure la calotta groenlandese sfugge gli effetti del cambiamento climatico: tra settembre 2018 e agosto 2019 la perdita di ghiaccio stagionale è stata pari a 329 giga tonnellate (Gt), ben 69 in più rispetto alla media di riferimento 2002-2016 (fonte: Gravity Recovery and Climate Experiment – GRACE); nel 2012 la maggior perdita mai osservata: 458 Gt (+198).
In Antartide tra il 2012 e il 2019 la fusione annuale dei ghiacciai prossimi la costa (le piattaforme) è stata tre volte più intensa rispetto a quanto osservato negli anni ’90, passando da una media di 53 miliardi di tonnellate a ben 175 (fonte: NASA). Gran parte della perdita è da attribuire ai ghiacciai Pine Island e Thwaites, veri e propri sorvegliati speciali per l’innalzamento del livello medio degli oceani che potrebbero causare e per i potenziali impatti sul clima regionale e globale. Si stima che il livello medio del mare dal 1900 ad oggi sia cresciuto di circa 18 cm (16-21 cm – Climate Science Special Report CSSR), di questi ben 7 cm negli ultimi 25 anni.
La riduzione dei ghiacci polari e l’innalzamento del livello medio del mare sono solo alcune delle numerose conseguenze del riscaldamento globale, ma ci sono anche l’incremento significativo della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore estive, il ritiro dei ghiacciai temperati di montagna, la riduzione dei giorni di gelo, la maggior frequenza di periodi siccitosi e un aumento dei fenomeni estremi (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC, 2013). Poiché l’evoluzione e il benessere della specie umana sono sempre dipesi da un clima stabile e temperato, è chiaro che cambiamenti marcati e repentini possano mettere in discussione la nostra stessa sopravvivenza. Se non porremo un freno deciso alle emissioni di anidride carbonica, gran parte degli ecosistemi naturali a cui siamo legati soccomberanno, in quanto incapaci di adattarsi a un cambiamento che non ha nulla di naturale.

 

Come combattere il riscaldamento globale?


Le parole chiave sono adattamento e mitigazione, due azioni intimamente collegate che si autoalimentano creando un circolo virtuoso. Adattarsi significa approntare tutta una serie di strategie che limitino gli impatti del cambiamento climatico, ad esempio: miglior gestione della risorsa idrica, preservazione e ampliamento delle aree protette, infrastrutture protettive, incentivazione delle energie rinnovabili, corretto uso del suolo, agricoltura e industrie sostenibili, riciclo e riuso delle risorse. Mitigare significa ridurre o eliminare le cause del cambiamento climatico: taglio progressivo delle emissioni che conduca al totale bando dei combustibili fossili, riconversione energetica verso fonti rinnovabili e industriale verso produzioni sostenibili, rimboschimento e salvaguardia delle foreste.
Non voler agire o posticipare le misure fin qui elencate, significa rendere totalmente irreversibile il cambiamento climatico, così da condannare l’umanità a un futuro difficile e molto incerto. Greta Thunberg ce lo insegna: il tempo sta per scadere.

Giulio Betti

Giulio Betti è meteorologo e climatologo presso il Consorzio LaMMA (Laboratorio di Monitoraggio e Modellistica Ambientale) e l’Istituto di Biometeorologia del CNR di Firenze. Si occupa, tra le altre cose, di previsione meteorologica, reportistica meteo-climatica e supporto meteorologico alla Protezione Civile (CFR Toscana). Svolge inoltre attività di ricerca e sviluppo e divulgazione mediatica.

9788822094445   luglio-agosto 2020

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