Sapere Scienza

Sapere Scienza

I crateri siberiani: stiamo "risvegliando il drago"?

di 

La recente scoperta di tre grossi crateri in una regione remota della Siberia Orientale, la Penisola di Yamal (letteralmente, “Fine della Terra”) sta facendo discutere il mondo e pone interrogativi che vanno al di là dell’interesse e della curiosità per l’ennesimo mistero siberiano. Si tratta di strutture geologiche anomale, di dimensioni notevoli (fino a 80 metri di diametro), che non si riescono a ricondurre in modo preciso e inequivocabile a fenomeni noti in letteratura. Le più accreditate spiegazioni fanno riferimento al fatto che nel terreno sul quale si sono formati i crateri è presente il permafrost. Come suggerisce il termine, con “permafrost” si intende uno strato di suolo permanentemente ghiacciato, anche durante la stagione estiva, che si è formato durante i periodi glaciali. Questo tipo di terreno ha una distribuzione che dipende principalmente dalla latitudine, e mostra spessori massimi di oltre un centinaio di metri nelle regioni artiche o sub-artiche

 

Il metano e lo scioglimento del permafrost

Chi ha potuto studiare questi crateri siberiani, che sembrano molto recenti, suggerisce che si siano formati a seguito dallo scioglimento localizzato del permafrost, che ha causato un collasso circolare a forma di caldera; il ritrovamento di materiale espulso sui bordi dei crateri è spiegato con la concomitante emissione di gas metano. E’ proprio questo l’elemento più interessante e suggestivo del fenomeno. Il fatto che la presenza di metano nel permafrost si sia manifestata con un fenomeno esplosivo conferma la presenza massiccia (peraltro già segnalata) di questo gas all’interno degli strati ghiacciati del suolo. Un effetto simile era stato suggerito per spiegare la formazione di un altro cratere famoso, quello di Tunguska (1908), in Siberia Centrale, su un terreno dello stesso tipo.

 

Il riscaldamento globale

E’ importante notare come lo scioglimento del permafrost in grado di liberare in atmosfera enormi quantità di metano, un gas serra circa venti volte più efficiente dell’anidride carbonica. Se questi crateri siberiani, nella loro apparente stravaganza, sono indicatori della fase attuale di riscaldamento globale, abbiamo di che preoccuparci. Potrebbero segnalare l’attivazione di un effetto a catena, una retroazione positiva che coinvolge da un lato l’aumento della temperatura in atmosfera dovuto alle emissioni industriali di CO2, e dall’altro la liberazione del metano intrappolato nel permafrost, effetto quest’ultimo che andrebbe a cumularsi esponenzialmente al primo. In un periodo interglaciale come quello attuale, lo scioglimento del permafrost è un processo irreversibile: per vederlo riformarsi dovremmo aspettare la prossima era glaciale. Qualcuno ha suggerito che il nostro sfruttamento intensivo delle risorse fossili stia “risvegliando il drago” e che i crateri siberiani siano i primi effetti del suo respiro.

Luca Gasperini

Luca Gasperini è ricercatore presso l'Istituto di Scienze Marine (ISMAR-CNR) di Bologna, dove si occupa di geologia/geofisica marina. Ha pubblicato articoli scientifici e divulgativi in molti settori, tra i quali la geologia oceanica, la paleosismologia e i metodi geofisici. Tiene un corso di geofisica presso l'Università di Bologna.

copertina   luglio-agosto 2019

  COMPRA IL NUMERO

 
  ABBONATI

 
  SOMMARIO

 
  EDITORIALE

bannerCnrXSapere 0

iscriviti copia

clark

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se vuoi saperne di più consulta l'informativa estesa. Cliccando su ok acconsenti all'uso dei cookie.