Sapere Scienza

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Il Ponte sullo Stretto: un ponte tra le faglie?

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E’ di nuovo in circolazione l’idea di realizzare il “Ponte sullo Stretto”, un tormentone che viene riproposto periodicamente e che suscita dibattiti interminabili tra varie fazioni su aspetti diversi, che vanno dalla fattibilità dell’opera alla sua reale necessità in un territorio che soffre annosi e irrisolti problemi infrastrutturali. Tralasciando per un attimo gli aspetti politici, economici e sociologici della questione, cerchiamo di analizzare il contesto geologico sul quale il ponte dovrebbe essere realizzato. 

 

Un sistema di faglie

La presenza di un braccio di mare stretto e profondo tra la Calabria e la Sicilia è l’espressione di una incipiente separazione che avviene lungo un sistema di faglie collegato all’Arco Calabro, una regione geologicamente molto dinamica. Lo Stretto di Messina è un’area cruciale dove diversi sistemi di faglie profonde convergono e interferiscono provocando terremoti, frane sottomarine e vulcanesimo. E’ dunque una zona di svincolo, una sorta di perno che assorbe i movimenti di diverse strutture geologiche, tra le più attive e pericolose di tutto il Mar Mediterraneo.

Sulla sponda tirrenica la litosfera africana si immerge in profondità e arretrando verso sud-est trascina con sé parte della Calabria e della Sicilia Nord-Orientale. Dall’altro lato, nello Ionio, sono presenti estesi sistemi di faglie che accomodando la convergenza tra le placche africana ed eurasiatica. Una fascia di deformazione ampia che coinvolge direttamente lo Stretto collega questi due sistemi di strutture tettoniche provocando lo sprofondamento dello Ionio occidentale, proprio di fronte allo Stretto. Queste ultime strutture sono profonde, lunghe decine di chilometri e molto attive, come dimostrato da fenomeni particolari come la risalita di fluidi profondi e processi vulcanici. Non a caso, l’Etna, il più grande e attivo vulcano europeo, si è formato proprio su una di queste strutture.

 

La regione dei terremoti più devastanti

E’ questa la regione dei terremoti più devastanti avvenuti in Italia come quello di Messina del 1908. I maggiori terremoti storici sono stati seguiti da tsunami catastrofici innescati dalla spostamento del fondale marino lungo il piano di faglia oltre che da frane sottomarine. Dopo i recenti eventi catastrofici di Sumatra e del Giappone i sismologi sono molto cauti nel fare previsioni sugli scenari del terremoto atteso su una singola struttura, perché probabilmente stiamo sottovalutando la magnitudo massima che le strutture sismogenetiche anche in altre parti del mondo possono generare. In Giappone avevano costruito tutte le infrastrutture sicuri che una possibile onda di tsunami non sarebbe mai stata più alta di 9 m. Le conseguenze di questa sottovalutazione le conosciamo tutti. Nello stretto di Messina come ci comportiamo? Siamo sicuri che ci siano le condizioni per la costruzione di una infrastruttura così onerosa? Quale magnitudo massima assumiamo per un possibile terremoto futuro?

 

 

Per saperne di più

Ricerche storiche e difesa dai terremoti

Alina Polonia

Geologa e ricercatrice presso l'Istituto di Scienze Marine (ISMAR-CNR) di Bologna dove si occupa di geologia marina. I suoi interessi principali sono lo studio dei margini continentali e la geologia dei terremoti sottomarini.

copertina   luglio-agosto 2018

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