Sapere Scienza

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Un paese di poeti, santi e…

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In questi giorni, presso la sede principale del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, si è tenuto un convegno sulla geologia marina in Italia, molto partecipato e per certi versi un po' sofferto.

 

La geologia marina, a dispetto del sentire comune che associa l'immagine del geologo a uno scienziato armato di scarponi e martello che scala le montagne, è una disciplina fondamentale nelle scienze della Terra. Dagli studi dei fondali oceanici degli anni '50 e '60 del secolo scorso è nato infatti il paradigma delle tettonica delle placche, che rappresenta tuttora il modello migliore per comprendere l'evoluzione del nostro Pianeta e i fenomeni che modellano in continuazione la sua superficie. Dalla geologia marina sappiamo infatti che la litosfera, la pellicola più superficiale della Terra, si forma in continuazione al centro dei principali oceani e viene riciclata nel mantello dove ridiscende lungo le cosiddette zone di subduzione, nelle quali avvengono i più forti terremoti, le principali manifestazioni vulcaniche, e la formazione delle catene montuose, ai bordi di quelle "placche" nelle quali è suddivisa la superficie terrestre.

 

È stato lo studio dei fondali oceanici, che ha sfruttato le tecnologie marine sviluppate a scopi bellici nel secondo conflitto mondiale, a fornire dati e verifiche su questi processi fondamentali.

 

Il convegno di Roma ha mostrato una comunità di ricercatori molto attiva, soprattutto nelle scorse decadi, quando erano disponibili poche ma sicure risorse per lo studio dei mari e degli oceani. Mezzi navali di medie dimensioni, sebbene non comparabili con quelli di altri paesi europei, hanno comunque consentito l'evoluzione di una ricerca di ottimo livello, con la produzione di articoli scientifici apparsi sulle migliori riviste internazionali, lo sviluppo di tecnologie innovative per l'oceanografia, e la formazione di più generazioni di ricercatori e tecnici.

 

Da qualche anno, però, a causa della contrazione dei finanziamenti e di scelte strategiche discutibili, i mezzi navali non sono più disponibili, se non in misura estremamente marginale o poco più che simbolica. Sono ancora funzionanti solo piccole e piccolissime imbarcazioni, insufficienti per competere a livello europeo e internazionale. E soprattutto, assolutamente non adatte a rispondere alle esigenze di un paese come il nostro, dove molte città costiere sono a rischio di terremoti, tsunami ed eruzioni vulcaniche sottomarine.

 

Alla riunione di Roma è stata organizzata una tavola rotonda dove sono stati invitati rappresentanti di vari paesi che si occupano dell'organizzazione delle ricerche oceanografiche, e dove è emersa in tutta la sua chiarezza la condizione di grande svantaggio dei geologi marini italiani. La competizione per i fondi di ricerca, infatti, avviene ormai a scala europea o mondiale, e per noi sarà sempre più difficile ottenere progetti approvati senza nessun investimento.

 

La considerazione che può riassumere l'attuale situazione è che la ricerca, anche quella oceanografica, è come un termosifone: se si spegne, potrà continuare a fare caldo per un po' ma alla fine si raffredderà a tal punto che sarà molto difficile e dispendioso riaccenderlo. La conoscenza scientifica oggi viene umiliata perché considerata troppo costosa. Ma qual è il costo dell'ignoranza nella gestione delle emergenze del nostro paese?

 

Immagine di copertina: la nave oceanografica del CNR “Urania”, disarmata nel 2015 dopo un tragico incidente in bacino di carenaggio.

Luca Gasperini

Luca Gasperini è ricercatore presso l'Istituto di Scienze Marine (ISMAR-CNR) di Bologna, dove si occupa di geologia/geofisica marina. Ha pubblicato articoli scientifici e divulgativi in molti settori, tra i quali la geologia oceanica, la paleosismologia e i metodi geofisici. Tiene un corso di geofisica presso l'Università di Bologna.

copertina   luglio-agosto 2019

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