Sapere Scienza

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Anche le meduse mangiano plastica

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Le meduse sono viste spesso come animali fastidiosi e, talvolta, oggetto di vere e proprie persecuzioni, per tutta una serie di miti e credenze popolari che non hanno alcun riscontro nella realtà. È invece vero che periodicamente il così detto plancton gelatinoso, che include non solo le meduse ma anche altri organismi come gli ctenofori o le salpe, è soggetto a bloom, cioè a fioriture in cui il numero degli individui aumenta vertiginosamente. Spesso le meduse vengono accostate ai cambiamenti climatici e molti pensano che tali fioriture siano provocate dal riscaldamento globale, per quanto non esistano evidenze dirette che supportino questa relazione. È più probabile, infatti, che le meduse beneficino degli eccessi di nutrienti dovuti, per esempio, agli scarichi a mare di prodotti chimici (quali gli scarichi agricoli o di allevamenti), e il loro incredibile adattamento fa il resto. Tuttavia fino a oggi non si conosceva, se non in maniera limitata, la relazione tra meduse e plastica. Sappiamo che la quantità di plastica negli oceani del nostro mondo è ormai a livelli incredibili e conosciamo anche le modalità usate da diversi animali (come pesci o crostacei) non solo per difendersi ma altresì per adattarsi alla plastica. Sono anche tristemente note le conseguenze dell’inquinamento da materie plastiche sulla vita marina che riescono a scuotere la coscienza del pubblico: la morte di delfini, capodogli, tartarughe. Ma cosa accade alle meduse in presenza di plastica?

 
Le batterie di cannoni

 

Le meduse hanno un sistema peculiare di cattura delle prede, che differisce nei dettagli tra specie e specie, ma che può essere ricondotto a tre passi fondamentali: quando un esemplare riceve segnali chimici o di contatto da una potenziale preda, lascia partire centinaia di piccoli arpioni da vere e proprie batterie di cannoni (in realtà cellule altamente specializzate chiamate cnidociti), che le iniettano del veleno. A questo punto le braccia (talvolta impropriamente chiamate tentacoli) si contraggono e trascinano il malcapitato verso la bocca che, infine, viene ingerito. Grazie a questo specializzatissimo sistema di caccia, le meduse possono essere definite “reti da pesca viventi” e possono catturare un’ampia gamma di prede. Vale la pena ricordare che le meduse del Mediterraneo non sono pericolose per l’uomo, pur essendo alcune di esse urticanti. È tuttavia possibile che questi abitanti del mare possano scambiare detriti galleggianti per cibo e, data l’ormai costante presenza della plastica in ambiente marino, diversi scienziati si sono chiesti cosa accadrebbe in caso di “collisione” tra una medusa e un pezzo di plastica. Finora, tuttavia, non c’era molto nella letteratura ma, una serie di osservazioni nel Mediterraneo, ha portato a nuovi e interessanti risultati.

 
L’errore della Pelagia

 

Pelagia noctiluca è una delle più belle e frequenti meduse del Mediterraneo. Durante una campagna oceanografica presso l’isola di Ponza, un team di ricercatori italiani ha potuto osservare in diversi momenti detriti di plastica “catturati” e, in alcuni casi, persino inghiottiti dalle meduse del genere Pelagia. L’eccezionale scoperta è stata pubblicata su Scientific Reports. Pur non sapendo esattamente cosa avrebbe fatto scattare la sequenza di cattura della medusa, gli studiosi ritengono che si tratti effettivamente di un errore dell’animale che ha scambiato la plastica per cibo e l’ha “catturata” e inghiottita. Serviranno naturalmente ulteriori indagini per andare a fondo su questo argomento ma l’ormai ubiquitaria presenza della plastica nelle reti alimentari marine risulta davvero preoccupante. Per parafrasare una frase de Il Signore degli Anelli: “siete preoccupati? Non abbastanza”.

 

 

Immagine di copertina: interazione tra una medusa (Pelagia noctiluca) e un nastro di plastica. Image credits: A. Macali, A. Semenov, V. Venuti, V. Crupi, F. D’Amico, B. Rossi, I. Corsi, E. Bergami, Episodic records of jellyfish ingestion of plastic items reveal a novel pathway for trophic transference of marine litter, Scientific Reports, (2018) 8:6105 (CC BY 4.0)

Marco Signore

Laureato a Napoli in Scienze Naturali, PhD all'Università di Bristol in paleobiologia con specializzazioni in morfologia e tafonomia, è nella divulgazione scientifica da quasi 20 anni, e lavora presso la Stazione Zoologica di Napoli "Anton Dohrn". Nel tempo libero si occupa anche di archeologia, oplologia, musica, e cultura e divulgazione ludica.

copertina   marzo-aprile 2018

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