Sapere Scienza

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Cultura e specie: l’Homo naledi

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Scoprire una nuova specie di ominini (la sottofamiglia di ominidi di cui fa parte la nostra specie, Homo sapiens) è un evento che riceve sempre il massimo dell’attenzione mediatica, dato che rivela un altro pezzo del quadro della nostra evoluzione.

La scoperta dell’Homo naledi, avvenuta nel sistema di grotte Rising Star (Sudafrica) è uno di questi eventi. La specie H. naledi è importante prima di tutto perché è una nuova specie del genere Homo, ma anche perché le condizioni del ritrovamento sono tali da permettere di ipotizzare qualcosa di nuovo: una struttura culturale (e probabilmente rituale) in una specie diversa dalla nostra – un caso davvero speciale nella paleoantropologia.

 
Una scoperta fortunata

La presenza di almeno 15 individui di H. naledi nello stesso sito è una scoperta fortunata e il ritrovamento è ancora più singolare se si considera che nell’area studiata questo nostro cugino è l’unica specie presente. Esistono diversi casi di tafocenosi (cioè associazioni di resti fossili) in cui una specie è predominante o addirittura l’unica specie, ma la situazione nelle grotte Rising Star è speciale. I resti umani sono praticamente intatti e quasi del tutto indisturbati (se si eccettuano le tracce di invertebrati sulle ossa) e grazie alla tafonomia (lo studio dei resti degli organismi) questo tipo di situazione può escludere molte possibili spiegazioni e far arrivare a una conclusione davvero sorprendente.

 

Un antico rituale?

Accumuli di scheletri così grandi (definiti anche Konzentrat-Lagerstätten) fanno pensare a una trappola - cioè una cavità naturale dove gli sventurati animali cadevano per incidente. Oppure, l’accumulo può essere il risultato di un evento catastrofico, come per esempio l’annegamento di una mandria di animali durante l’attraversamento di un fiume. Ma l’accumulo di H. naledi ha molti caratteri speciali: non ci sono resti di altri animali e le ossa non presentano fratture verdi, cioè da caduta, e la sedimentologia della zona non indica trasporto di elementi grandi, quindi i corpi di questi ominini sono stati depositati lì dopo la morte per qualche motivo. La grotta non è di facilissimo accesso e prendersi il disturbo di posizionare dei cadaveri in un posto simile potrebbe presuporre l’esistenza di un rito funebre, e quindi di una cultura. Gli studi sono ancora in corso, ma se le ipotesi fossero confermate, questo sarebbe il primo caso dell’esistenza di una cultura elaborata al di fuori della nostra specie.

 

[Immagine: resti fossili del cranio di H. naledi, Berger et al. 2015 - http://elifesciences.org/lookup/doi/10.7554/eLife.09560.019]

Marco Signore

Laureato a Napoli in Scienze Naturali, PhD all'Università di Bristol in paleobiologia con specializzazioni in morfologia e tafonomia, è nella divulgazione scientifica da quasi 20 anni, e lavora presso la Stazione Zoologica di Napoli "Anton Dohrn". Nel tempo libero si occupa anche di archeologia, oplologia, musica, e cultura e divulgazione ludica.

copertina   marzo-aprile 2020

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