Sapere Scienza

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RUBRICA - L'opinione di...

Se l’insegnamento a distanza fosse stata la dodicesima fatica di Ercole, sono certo che il nostro eroe avrebbe fallito la sua impresa fermandosi a undici. Ne sono certo per l’etimologia stessa della parola “insegnare”, che significa “lasciare il segno”. Non ho dottorati, né assegni di ricerca e, appena laureato, ho fatto di tutto per tornare tra “i banchi di scuola” a settembre. Il mio sogno non era quello di poter entrare in una classe e sciorinare tutto il mio sapere: volevo fare l’insegnante per poter essere un esempio per i miei alunni, con i miei pregi e i miei difetti, le mie forze e le mie debolezze. Questo perché sono fermamente convinto che i ragazzi debbano avere nella loro vita più modelli possibili da vivisezionare con gli occhi e con la mente: devono poter scegliere, per ogni persona che incontrano, cosa prendere e cosa lasciare. Scegliere anche di scartare in toto il nostro esempio; anche se dare loro questa facoltà può sembrare un rischio, sta proprio lì il bello.

Ma ora il mio lavoro è diventato quello di un novello Orfeo, tutto teso ad ammaliare con la voce i miei studenti via webcam, senza avere alcuna velleità di avere la meglio contro le fiere di turno. Poi, certo, i programmi devono andare avanti, “The show must go on”; ma nella didattica a distanza vincono solo i forti, solo quelli che “tanto studierebbero comunque”. E così aumenta notevolmente il divario tra i ragazzi più capaci e quelli meno inclini al cambiamento, più deboli. Il nostro ruolo è quello di “imprimere segni”: ma il segno, sui ragazzi “bravi”, siamo capaci tutti a lasciarlo.
La scuola media in cui insegno si trova in un quartiere benestante di Roma. Eppure la mattina, ogni mattina, si vede qualcuno che ha bisogno di una mano, di un sorriso, di poterti “battere il cinque”, di prenderti in giro perché con il passare dei mesi e degli anni stai perdendo i capelli. Ed è lì che si instaura quella magia che solo il contatto umano può darti; è in quel preciso istante, quando non li sgridi perché non ti hanno dato del “Lei” ma ridi con loro e mostri che sei dalla loro parte, è lì, solo in quell’istante, che riesci a catturare la loro mente e i loro pensieri. È lì che vinci come formatore e che costruisci l’adulto di domani. Il rapporto di fiducia che si instaura sarà la leva, lo strumento che avrai per insegnare loro il Teorema di Pitagora o le reazioni di ossidoriduzione. Ci riuscirai solo se quella mattina ti troverai lì per loro e sarai un libro aperto. Aristotele diceva che «educare la mente senza educare il cuore significa non educare affatto».
Forse diventerò veramente come dicono i miei alunni un “prof. YouTuber”; probabilmente a giugno tutta la mia seconda media conoscerà a menadito i libri degli elementi di Euclide. Ma questa distanza avrà fatto perdere loro, di certo, tutte le esperienze che solo il confronto diretto può offrire.
Ieri un mio alunno mi ha detto: «Prof., mi manca la nostra aula tutta piena di crepe». Parafrasando si potrebbe usare una frase ben più famosa: «Nessun profumo vale l’odore di quel fuoco».
Quanto saranno belle quelle crepe quando tutto questo sarà finito.

Come ogni anno, appena arriva il cambio di stagione, con l’inverno alle porte, ci ritroviamo di fronte alle spesso tragiche notizie trasmesse dai notiziari che riportano le immagini di frane che travolgono centri abitati e crolli di viadotti. Ormai è quasi un appuntamento fisso come il cambio dell’armadio. Appena ci sono le prime piogge le fragilità del nostro territorio non esitano a manifestarsi, palesando molto spesso una cattiva gestione del patrimonio paesistico-ambientale che conduce a pericolose alterazioni del ciclo idrogeologico.

Fra i vari indicatori utilizzati per misurare la qualità della vita, il prodotto interno lordo (PIL) rappresenta certamente quello di più largo impiego. Non altrettanto si può dire, purtroppo, per la qualità della ricerca, cronicamente sottofinanziata in Italia a dispetto dell'eccellente ottavo posto che la nostra comunità scientifica occupa nelle classifiche mondiali. A ciò si aggiunge la percezione, sovente distorta, degli scienziati da parte dell' italiano medio, più somiglianti a creature aliene piuttosto che a imprescindibili protagonisti del presente e, soprattutto, del futuro di una nazione. In questo contesto, siamo stati e continuiamo tuttora a esser testimoni di pensieri ed espressioni "stereotipate", quali ad esempio "le università italiane sono la culla del nepotismo", "i professori delle nostre università sono baroni", e così via.

È difficile dire quando potremo scrivere una fiaba che inizia con questa frase, ma quest'anno l'Europa ha sicuramente compiuto un passo importante in questa direzione: il 27 marzo, con 560 voti a favore, 35 contrari e 28 astensioni, il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva 2019/904 sulla riduzione dell'impatto di alcuni prodotti di plastica sull'ambiente. Entrerà in vigore domani, 3 luglio 2019, e gli Stati membri avranno due anni di tempo per renderla operativa.

L'Istituto di Ricerca sulla Crescita Economica Sostenibile del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IRCRES) ha analizzato e individuato le principali motivazioni che promuovono o ostacolano la mobilità dei dottori di ricerca in Scienze sociali e umane. I risultati, pubblicati su International Journal of Computational Economics and Econometrics e Higher Education da Emanuela Reale, Lucio Morettini e Antonio Zinilli, ricercatori dell'IRCRES, rafforzano evidenze già emerse in altri ambiti scientifici: l'investimento del paese d'origine in Ricerca e sviluppo è tra i principali fattori che spingono i ricercatori al rientro, mentre la presenza di famiglie numerose ostacola mobilità e carriera. Abbiamo chiesto agli autori della ricerca di spiegarci meglio ciò che hanno approfondito.

L'influenza non è una malattia innocua. Non lo è per la popolazione in generale e non lo è per i bambini e, analogamente alle malattie esantematiche dell'infanzia, bisogna definitivamente sfatare il mito che "tanto l'abbiamo presa tutti e siamo qui a raccontarlo". Di influenza, come di altre malattie "prevenibili", un esempio per tutte il morbillo, si può morire o si possono subire conseguenze gravissime a lungo termine.

Più di uno lo avrà guardato in cagnesco, quel giovane rettore dell'Università di Bari. Un Nicola Pende dai capelli impomatati, bravo sì, ma soprattutto scaltro e ben ammanicato. Quando infatti, in quel lontano 15 gennaio 1925, nella magnifica cornice del Teatro Petruzzelli tenne il discorso inaugurale di una realtà fortemente voluta da Mussolini e per la quale egli stesso aveva molto lavorato, si era già fatto parecchi nemici.

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copertina   marzo-aprile 2020

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