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Gli antidoti alla fuga di cervelli nelle scienze sociali e umane

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L'Istituto di Ricerca sulla Crescita Economica Sostenibile del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IRCRES) ha analizzato e individuato le principali motivazioni che promuovono o ostacolano la mobilità dei dottori di ricerca in Scienze sociali e umane. I risultati, pubblicati su International Journal of Computational Economics and Econometrics e Higher Education da Emanuela Reale, Lucio Morettini e Antonio Zinilli, ricercatori dell'IRCRES, rafforzano evidenze già emerse in altri ambiti scientifici: l'investimento del paese d'origine in Ricerca e sviluppo è tra i principali fattori che spingono i ricercatori al rientro, mentre la presenza di famiglie numerose ostacola mobilità e carriera. Abbiamo chiesto agli autori della ricerca di spiegarci meglio ciò che hanno approfondito.

 

Come nascono i vostri studi sulle high skill migrations, fenomeno conosciuto dal grande pubblico come "fuga dei cervelli"? Quali sono i risultati raggiunti che più vi hanno colpiti?

 

Emanuela Reale: Nascono per un interesse legato all'approfondimento dei temi della mobilità e della carriera dei dottori di ricerca delle scienze sociali e umane, settore molto frammentato e quindi molto più eterogeneo rispetto alle scienze sperimentali. Il focus, pertanto, è diretto a capire se all'interno di queste discipline ci siano comportamenti peculiari rispetto a quanto avviene invece nelle cosiddette scienze dure o scienze esatte. Le scienze sociali e umane non sono emerse come animali particolarmente diversi dagli altri, troviamo ugualmente dottori di ricerca che sono interessati alla carriera accademica e, se la lasciano, lo fanno perché condizionati da problemi familiari o da mancanza di offerta di lavoro in ambito accademico ma la preferenza iniziale fortissima è senz'altro per un percorso di ricerca.

 

Quali sono i fattori principali che spingono i ricercatori alla mobilità in entrata e in uscita?

 

Antonio Zinilli: La mobilità internazionale dei dottori di ricerca è influenzata particolarmente dalle scelte fatte durante l'ultima fase universitaria e nel periodo tra il conseguimento del dottorato e la prima assunzione lavorativa. Questi fattori influenzano anche la propensione dei ricercatori a continuare a lavorare all'estero o a tornare nel paese d'origine. In altre parole, se un dottore di ricerca ottiene il primo lavoro all'estero la probabilità che vi rimanga per tutta la vita accresce.

 

E la mobilità dei ricercatori italiani? Segue un pattern simile agli altri paesi europei?

 

Antonio Zinilli: La mobilità dei ricercatori italiani presenta aspetti dissimili rispetto ai colleghi stranieri. Gli italiani che si trasferiscono e rimangono all'estero lo fanno principalmente per questioni legate alla maggiore sicurezza contrattuale. Solo il 18% del campione italiano studiato ha un contratto permanente, contro il 65% in Francia, il 63% in Gran Bretagna, il 40% in Germania. Inoltre, dagli studi effettuati è emerso che l'alto investimento in ricerca e sviluppo è correlato positivamente con il rientro dei ricercatori e l'Italia tutt'oggi presenta ancora bassi investimenti in R&S. Questo la rende poco attrattiva anche per i ricercatori stranieri: solo l'1,3% dei ricercatori stranieri analizzati sceglie l'Italia per il dottorato.

 

Com'è cambiato (se è cambiato), il mercato del lavoro per i dottori di ricerca?

 

Lucio Morettini: Negli ultimi anni i dottori di ricerca tendono a essere assunti sempre più spesso al di fuori del mondo accademico, ma dai nostri studi è emerso che, a differenza di pochi anni fa, la scelta tra settore accademico o non accademico non è più irreversibile, si sono sviluppati flussi rilevanti in entrata e uscita tra accademia e altri settori. L'università e gli enti di ricerca restano il settore di elezione per i dottori di ricerca ma non sono più una sfera separata dal resto del mercato del lavoro.

 

Quali sono gli ostacoli principali alla mobilità?

 

Lucio Morettini: Uno dei fattori che più influenza la mobilità è l'età: i dottori di ricerca più giovani sono più propensi a muoversi tra settori diversi, meno legati nelle scelte future dal primo lavoro fatto. È interessante notare che le donne hanno una tendenza maggiore a lasciare il settore accademico e mostrano una maggiore difficoltà a rientrare nella ricerca. Ancora più forte è l'effetto della presenza di due o più figli, un elemento che spinge i dottori di ricerca a cercare una maggiore stabilità lavorativa, fuori dal settore della ricerca, rinunciando a trasferimenti all'estero.

 

Che tipo di politiche bisognerebbe adottare nei paesi che risentono maggiormente del brain drain (la fuga di cervelli) per favorire, invece, il brain circulation (la circolazione dei ricercatori)?

 

Emanuela Reale: È necessario un cambio di passo sostanziale nell'investimento in Ricerca e Sviluppo, che è sicuramente un investimento produttivo. Si pensa spesso a come tagliare spese eccessive in ricerca invece di considerare l'impatto negativo che emerge dai bassi investimenti nel settore. E questo tende ad approssimare percorsi di lavoro stabili, che diano elevata dignità lavorativa e che offrano possibilità di ricerca in grado di competere a livello internazionale.
Il secondo elemento da considerare è la possibilità di sviluppare politiche da parte delle istituzioni di ricerca che facilitino la possibilità di poter provvedere ai propri figli senza per questo dover sacrificare la carriera scientifica. Le misure adottabili non devono per forza essere di tipo assistenziale. Si tratterebbe semplicemente di creare delle agevolazioni, ad esempio asili nido, per la cura dei bambini. Anche questo è un investimento sicuramente produttivo se si considera il tasso di natalità così basso del nostro paese.

 

Intervista a cura di Grazia Battiato, Research fellow in comunicazione, CNR-IRCRES, Roma

 

 

Credits immagine: foto di Stela Di da Pixabay

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Emanuela Reale, Lucio Morettini e Antonio Zinilli

Emanuela Reale, social scientist, è direttore di ricerca presso l'Istituto di Ricerca per la Crescita Economica Sostenibile (IRCRES) del CNR. Le sue principali aree di interesse sono le politiche dell'istruzione superiore, la governance, i finanziamenti per la R&S, la valutazione della ricerca e la valutazione dell'impatto.
Lucio Morettini è ricercatore presso l'IRCRES dal 2014. Ha conseguito un dottorato di ricerca in economia con una tesi in Economia dell'Istruzione. I suoi principali interessi di ricerca riguardano le politiche della ricerca, la valutazione della ricerca e le dinamiche di occupazione dei lavoratori ad alta formazione.
Antonio Zinilli è ricercatore dell'IRCRES, dottore di ricerca in Sociologia e Scienze Sociali Applicate e docente esterno di Sociologia generale presso l'Università Sapienza di Roma. È stato Visiting Fellow nel 2015 presso l'Austrian Institute of Technology (Vienna). Si occupa di politiche alla ricerca e innovazione, network analysis e statistica spaziale.

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