Sapere Scienza

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Nicola Pende e la nascita dell’Università di Bari

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Più di uno lo avrà guardato in cagnesco, quel giovane rettore dell'Università di Bari. Un Nicola Pende dai capelli impomatati, bravo sì, ma soprattutto scaltro e ben ammanicato. Quando infatti, in quel lontano 15 gennaio 1925, nella magnifica cornice del Teatro Petruzzelli tenne il discorso inaugurale di una realtà fortemente voluta da Mussolini e per la quale egli stesso aveva molto lavorato, si era già fatto parecchi nemici. Le istituzioni locali, che avevano investito un bel po' di denari sperando che Roma si impegnasse finanziariamente ben più di quel che aveva poi fatto. La classe forense della città, che aveva da sempre voluto Giurisprudenza ma si era vista consegnare, bell'e pronta, una Facoltà di Medicina. I sanitari del locale Ospedale Consorziale, i quali avevano capito che avrebbero perso ogni prerogativa dinanzi ai fior di professori che stavano giungendo da tutta Italia. E probabilmente anche questi ultimi, che erano stati convinti dal buon Nicola a far le valige per andare a Bari, dove in pratica non potevano far ricerca... salvo poi venire a sapere che era riuscito a ottenere un trasferimento a Genova prima ancora dell'inizio delle lezioni. E se l'erano presa. Tanto che avevano chiesto al ministro di trattenerlo nella città adriatica ancora un po': insomma "Nicolino", avrà detto qualcuno, "ci hai fatto venire qua e adesso ci aiuti a far partire la macchina organizzativa". Avrebbero guadagnato solo qualche mese però.

 

 

Pende si schiariva la voce e in quel celebre discorso sosteneva che la Facoltà di Medicina fosse stata istituita non solo per motivi pratici. Ma anche come "scienza naturalistica, filosofica e umana al tempo stesso" in grado di innalzare un ponte verso il Levante. Parole da discorso ufficiale, queste, specchio di un progetto politico, le quali però nasconderebbero qualcosa. Con buona pace di don Nicolino, non era infatti così scontato che a Bari si impiantasse proprio Medicina. L'ipotesi si era, sì, più volte affacciata, soprattutto nel secolo precedente. Ma col passare del tempo stava apparendo sempre più irrealizzabile. Ormai una facoltà medica che si rispettasse aveva bisogno di essere affiancata da un policlinico e da costosi laboratori, che, vista la parsimonia di Roma, l'amministrazione locale non poteva permettersi. E questo, lo sapevano tutti. Addirittura una relazione ispettiva, indirizzata al ministro Antonino Anile e datata 14 giugno 1922, vale a dire solo un anno prima della scelta definitiva, recitava che "dovrà così escludersi la facoltà di medicina, perché attualmente gli ospedali del luogo non sono tali da offrire comodità per gli istituti clinici". Poi la marcia su Roma avrebbe cambiato molte cose.

 

 

Giovanni Gentile sarebbe allora diventato ministro. Egli aveva infatti da sempre manifestato un certo interesse per la medicina. A quel tempo l'indirizzo che in Italia stava conoscendo grande successo era il costituzionalismo, inaugurato da Achille de Giovanni: esso sosteneva, in sintesi, che molte delle cause delle malattie non fossero esterne, come voleva la tradizione, bensì interne ossia dipendenti dalla "costituzione" di ciascun indivi-duo. Ebbene, nello stesso 1923 Gentile nominava membro del Consiglio Superiore dell'Università il clinico Giacinto Viola, uno dei nomi più in vista tra i sostenitori del co-stituzionalismo italiano. I due si conoscevano da tempo: erano stati colleghi a Palermo e Viola, che grazie ai buoni uffici di Gentile era riuscito, contro tutto e tutti, a ottenere la prestigiosa cattedra bolognese, era diventato occhi e orecchie del ministro tra i medici. Nel Consiglio Viola trovava il patologo Arnaldo Trambusti, che conosceva molto bene, perché proprio con lui, nei mesi precedenti la nomina, aveva collaborato alla stesura di un progetto di riordino didattico delle facoltà mediche. Conformemente ai dettami dell'indirizzo costituzionalista, esso concedeva grande importanza alle cliniche e alle discipline biologiche. Insomma, vi era un nuovo percorso di studi, per ora soltanto sulla carta, e non si vedeva l'ora di metterlo in pratica. Ciò però si sarebbe dovuto fare in una università fondata ex novo, la quale non avrebbe creato troppi problemi al riassetto.

 

 

Ed è in questo contesto che maturò l'idea di accantonare Giurisprudenza e di fon-dare, a Bari, Medicina, per istituire la quale venne nominata una commissione composta, per l'appunto, da Viola e Trambusti. A costoro si aggiungeva Nicola Pende, l'alunno pre-diletto di Viola, brillante e per giunta pugliese, di Noicattaro, a cui il maestro, di concerto con Gentile, stava preparando un fulgido avvenire. Se venne scelta la Facoltà di Medicina fu, dunque, verosimilmente perché Gentile decise di mettere in pratica il nuovo ordina-mento, nonostante le strutture baresi non lo consentissero minimamente. Ragion per cui quel poco che c'era in città bisognava prenderlo e pure con la forza. A partire dal bel Palazzo Ateneo, occupato, tra le altre istituzioni, dal Convitto Cirillo, che lo stesso Pende aveva frequentato da ragazzo. Bisognava liberare quelle stanze. Anche a costo di scatenare lo squadrismo fascista, ritenne il rettore incaricato. Fu per tale motivo che "il 10 agosto [1924] si scatenò contro il Convitto la furia fascista capeggiata dal Prof. Nicola Pende, delegato dalla Commissione universitaria a prendere in consegna i locali", così ricordano Ruotolo e Gatti. "Il patrimonio del convitto subì danni ingentissimi: molto della signorile mobilia fu scaraventato dalle finestre in mezzo ai cortili e alla strada [...], tutto fu sfasciato e distrutto; fu abbattuta parte dello scalone per impedire l'ingresso ai piani superiori". Un atto di inaudita violenza dava il benvenuto alla neonata Università.

Francesco Paolo de Ceglia

Docente di Storia della scienza presso l'Università degli Studi "Aldo Moro" di Bari, studioso del pensiero scientifico dell'età moderna e della storia dell'immaginario scientifico. Esperto di comunicazione della scienza, è autore di numerosi testi tra cui Comunicare la scienza (Carrocci, 2013), scritto con Silvia Bencivelli, e Il segreto di San Gennaro. Storia naturale di un miracolo napoletano (Einaudi, 2016), selezionato tra i tre finalisti del Premio Viareggio 2017.

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