Sapere Scienza

Sapere Scienza

Parole & Zombie: la didattica a distanza ai tempi del Coronavirus

di 

La parola che ho sentito pronunciare più spesso negli ultimi giorni, tra i corridoi virtuali del MIUR, è scenario. Che a pensarci bene sarebbe più consono echeggiasse per il MiBACT, dietro le quinte di un teatro.

È una parola che viene dal greco, la skené è il luogo ove si dimora al coperto, uno spazio ben definito, una raffigurazione d'ambiente. Qualcosa di compiutamente dipinto, non un'ipotesi. Di realizzato, non di realizzabile.
Sentirla rimbalzare così, tra banchi e cattedre deserte, rende bene l'idea dello spazio vuoto, dell'assenza: poiché su questi scenari c'è il sipario abbassato, e barcolliamo nel buio come capita a me in questo momento, che scrivo favorita dall'illuminazione dello schermo del PC mentre mia figlia sperimenta eclissi e fasi lunari qui, in salone.
L'esperimento di scienze le è stato assegnato a distanza, come tutta la didattica di questo periodo: è un'attività divertente e sicuramente istruttiva, è sufficiente una torcia e due palline a rappresentare la Terra e la Luna. Lei tuttavia non mi sembra entusiasta.
Le manca la condivisione, le mancano gli "oooohh" dei compagni di classe quando si abbassano le tapparelle, tra una risatina e l'altra, una tirata di manica, una fuga in bagno, e il "Bambini state buoni" della maestra.
Si sono scritti innumerevoli articoli in questi ultimi giorni sulla DAD (mai acronimo fu così sottilmente sornione) e probabilmente ripeterò molte riflessioni già espresse. Eppure è l'unico contributo che si può dare, per fare un po’ di luce: continuare a riflettere anche sulle parole che utilizziamo in questa emergenza inattesa, sorprendente e devastante.
Lavorare con i ragazzi è qualcosa di inevitabilmente fisico. Occorre uno spazio in cui posizionare corpi che non si limitano a parlare e ad ascoltare, ma gesticolano, utilizzano mimiche facciali, sorridono o corrugano le fronti, senza (spesso) seguire una scaletta, dilatando il tempo (incredibile quanto tempo possa nascondersi, zippato, in un'ora di lezione).
Ciò rende la didattica a distanza un ossimoro. Come posso mostrare e indicare da lontano?
Perché di fronte a un PC, ognuno a casa propria, in modalità DAD, si impiega anche il triplo del tempo a far capire metà di ciò che si vorrebbe trasmettere a una classe presente a gruppi intermittenti.
Perché viene meno una sana interazione che non è fatta solo di voci e volti a scatti, perché essa è animata dall'improvvisazione, da un motto di spirito, da una riflessione che spontaneamente sposta il focus dell'attenzione su tutt'altro e ci si possono permettere digressioni e voli pindarici.
Perché manca la creatività nella DAD: la libertà di non seguire rigide scalette, la non-medietá (un "medium" proprio non ci sta in un processo biunivoco di crescita). E si intenda la creatività come dare alla luce ogni volta qualcosa di nuovo, anche se si sta parlando per la miliardesima volta di Cartesio, Platone, della Rivoluzione Francese o della Prima Guerra Mondiale.
Ahinoi, la didattica a distanza, almeno così com'è, ora, non lo consente. È stata definita una opportunità, ma anche in questo caso andrei alla radice del termine: viviamo una circostanza che ha richiesto un intervento immediato (non posso negare l'importanza di mantenere il contatto con i miei alunni in questo momento, sebbene in questa modalità parziale), ma si tratta sempre e comunque di un passaggio (comodo come il porto per i naviganti) e non del viaggio in sé. È favorevole a uno scopo, ma è proprio sullo scopo che dobbiamo tornare a meditare.
The Walking Dad, è l'ironica espressione serial addicted coniata da una amica-collega. Per adesso siamo in cammino verso (rieccoci!) scenari sconosciuti e inediti: ma ci auguriamo di non essere accompagnati da una forma di didattica zombie, morta in partenza.
Che perlomeno sia rianimata: occorre una scossa violenta, in termini di adeguamento strutturale in scala nazionale, secondo strategie pianificate e coordinate, di appropriata formazione e, forse questo è l'aspetto più importante, di un ripensamento strutturale della scuola. Che non può più consentire classi da 30 alunni, e non solo per una cautela da rendere sistemica nel prossimo futuro ammantato di rischi pandemici ricorrenti. Numeri più snelli facilitano le relazioni, la responsabilizzazione, la flessibilità: elementi indispensabili per consentire forme altre di didattica.
Una scuola che ha bisogno di rivedere, urgentemente, i programmi delle discipline da impartire per ordine e grado. Di riscrivere, completamente, il capitolo "valutazioni"; di ripensare gli esami conclusivi di ciclo.
Questa è la reale opportunità: la sperimentazione frettolosa, nonché retta da una enorme buona volontà, ha subito evidenziato i limiti (ma con estrema modestia noi docenti ce ne eravamo accorti ben prima del virulento Covid-19) del nostro sistema dell'istruzione.

 

“La razza umana combatte le pestilenze fin dall’inizio.
Ci prendono a calci nel didietro per un po’, ma poi contrattacchiamo.
È la natura che corregge se stessa, ripristina il suo equilibrio.”

 

È il momento buono per correggersi e ripristinare un equilibrio. L'abbiamo perso negli ultimi vent'anni, non nell'ultimo mese.

Emma Cannavale

Emma Cannavale nasce a Bari il 19 maggio 1971. Laureata in Filosofia, insegna storia e filosofia presso un liceo scientifico barese. Bibliofila e lettrice compulsiva, cura gruppi e laboratori di lettura per adulti e ragazzi.

copertina   marzo-aprile 2020

  COMPRA IL NUMERO

 
  ABBONATI

 
  SOMMARIO

 
  EDITORIALE

bannerCnrXSapere 0

iscriviti copia

petrocelli

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se vuoi saperne di più consulta l'informativa estesa. Cliccando su ok acconsenti all'uso dei cookie.