Sapere Scienza

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Ponti che crollano e città sepolte dalle frane: calamità naturali o cattiva valutazione del rischio?

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Come ogni anno, appena arriva il cambio di stagione, con l’inverno alle porte, ci ritroviamo di fronte alle spesso tragiche notizie trasmesse dai notiziari che riportano le immagini di frane che travolgono centri abitati e crolli di viadotti. Ormai è quasi un appuntamento fisso come il cambio dell’armadio. Appena ci sono le prime piogge le fragilità del nostro territorio non esitano a manifestarsi, palesando molto spesso una cattiva gestione del patrimonio paesistico-ambientale che conduce a pericolose alterazioni del ciclo idrogeologico.

È proprio di questi giorni la notizia della frana nel savonese che ha travolto un viadotto dell’autostrada A6 causandone il crollo di alcune campate. È ancora presto per affermare se quanto accaduto era evitabile o in qualche modo prevedibile, ma potremmo elencare innumerevoli altri casi in cui il fallimento è derivato da una falla nel sistema organizzativo o di controllo. Diversi studi confermano questa affermazione.


I crolli erano prevedibili? Ecco cosa dice la scienza
Toft e Reynolds [1] per esempio, analizzando le raccomandazioni di 90 rapporti di inchiesta su disastri di varia natura, concludono che l’80% di questi interessano aspetti di direzione, amministrazione e comunicazione e non invece questioni tecniche.
Problemi di questa natura hanno portato per esempio al disastro dello Space Shuttle Challenger nel 1986 quando la guarnizione di un giunto risultava avere una elasticità non adeguata alle basse temperature previste per la giornata del lancio. Il problema era noto, si era addirittura presentato in altre occasioni, ma allo stesso non venne dato il giusto peso finché non fu causa di un disastro. Lo stesso accadde alla nave da crociera Costa Concordia che sistematicamente continuava ad avvicinarsi pericolosamente alla terraferma nonostante il potenziale pericolo di urtare gli scogli fosse perfettamente noto. Questi solo per citare alcuni casi estremamente conosciuti anche ai non esperti di ingegneria o analisi del rischio.


Disastri annunciati: occorre prendere coscienza dei rischi
In sostanza sappiamo benissimo cosa fare per evitare le conseguenze di una frana o un terremoto, ma ci ostiniamo a non farlo finché il disastro non si palesa. Costruiamo quindi come e dove non dovremmo pur conoscendone i rischi. Questo atteggiamento è stato battezzato dalla sociologa statunitense Diane Vaughan come «normalizzazione del comportamento deviante» ed è un fenomeno a cui purtroppo molto spesso si tende anche nei sistemi meglio organizzati.
Che si tratti dello Space Shuttle o di una nave, piuttosto che di un viadotto che crolla o di un terremoto, il fallimento che ha come conseguenza un disastro è nella maggior parte dei casi da ricercarsi in una sottovalutazione del rischio. Molto spesso ci si nasconde dietro l’alibi dell’evento naturale e imprevedibile, anche quando in realtà abbiamo gli strumenti per evitare la maggioranza degli eventi catastrofici che ci minacciano.
Per usare le parole di Patrick Lagadec, autorevole esperto internazionale nella gestione delle emergenze «i disastri non devono essere visti come il meteorite che cade dal cielo su un mondo innocente, il disastro, il più delle volte, è annunciato, e anche in più occasioni».


Riferimenti bibliografici
[1] Toft B., Reynolds S. (1997) Learning from disasters: a management approach, Leicester: Perpetuity Press.

Giuseppe Romanello

Giuseppe Romanello è ingegnere edile e aerospaziale, nonché autore di articoli per riviste specialistiche nel campo dell’ingegneria, tra cui La farfalla e il proiettile: breve storia dello Space Shuttle pubblicato su Sapere.

copertina   settembre-ottobre 2019

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