Sapere Scienza

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Scuola e Didattica a Distanza: davvero non abbiamo guadagnato nulla?

6 Maggio 2020 di 

Non faccio altro che leggere (e scrivere) che la didattica a distanza non è scuola. La rete è piena di lunghi elenchi di cose perdute, ahimè quasi tutti condivisibili. La scuola sta soffrendo, non mi sognerei di negarlo. Ma per fare tesoro di quest’esperienza – che no, non necessariamente ci renderà migliori, ma nemmeno peggiori; non necessariamente “andrà tutto bene”, ma nemmeno tutto male – vorrei provare a ragionare su cosa ho guadagnato con la didattica a distanza.
Prima di tutto, la salute: è ovvio ed è il motivo per cui abbiamo fatto tutto ciò, ma proprio per questo non dobbiamo darla per scontata. Non ci siamo ammalati in massa di Coronavirus. E Coronavirus a parte, io ad esempio sono due mesi che non ho il minimo raffreddore o sintomo parainfluenzale. Per noi insegnanti, che ogni giorno entriamo in classi infestate di microrganismi d’ogni sorta, è quasi impensabile.
Ma parliamo della scuola. Nella perdita d’intimità data dalla distanza fisica, abbiamo guadagnato altri tipi di intimità con i nostri alunni. Vediamo le loro stanze, le loro case. Da uno scaffale, un calzino che spunta da un letto disfatto, una cucina sullo sfondo, capiamo tante cose di loro. Vediamo mamme passare lanciandoci uno sguardo obliquo e spiamo la reazione negli occhi dei figli. Vediamo fratellini e sorelline di cui avevamo solo sentito parlare entrare nell’inquadratura, e a seconda che vengano allontanati con uno spintone, o ricoperti di baci e abbracci tanto da entrare di diritto nella videolezione, tanto altro capiamo ancora dei nostri alunni. Non si tratta aspetti secondari, marginali, ma del nucleo stesso della loro esistenza. Vediamo poi molti animali, soprattutto gatti, che tra tutti gli animali domestici sono quelli che meno sopportano che l’attenzione dei loro padroni vada a un oggetto inanimato quale un libro o uno schermo, e non perdono l’occasione di frapporsi nel mezzo. Di tutte queste cose che vediamo, possiamo anche parlare: i fratellini e le sorelline possiamo salutarli, possiamo fare complimenti su una stanza, vezzeggiare un gatto.
Poi c’è una nuova dimensione del tempo passato con i nostri alunni. Molti hanno ormai i nostri numeri di telefono; nell’aula virtuale della mia scuola c’è ad esempio un forum che tengo sempre aperto per discussioni di matematica, domande sugli esercizi e qualsiasi altro tipo di comunicazione di gruppo. Sul telefono, sulla casella e-mail o sui forum, gli studenti ci scrivono a tutte le ore del giorno e della notte. E noi, nonostante abbiamo tante classi, rispondiamo. Ci capita di rispondere alle sette di mattina o a mezzanotte, di sabato sera o all’ora di pranzo del primo maggio. Ognuno di noi trova il modo di difendere i suoi spazi, se sta facendo altro magari risponde un semplice “ok” o “ne dobbiamo parlare!”, come farebbe con un amico. Ma questo esserci per i nostri alunni è forse la cosa più importante che abbiamo guadagnato.
Perché è una nuova possibilità di dire “tengo a voi”, il messaggio più importante che un insegnante deve dare, presupposto di qualsiasi relazione educativa. Non funziona detto a parole e per questo dobbiamo cercare sempre nuovi modi per dirlo, e stare attenti a quando, senza accorgercene, diciamo il contrario. Mai come ora avevamo avuto la possibilità di dirlo in maniera così netta e incisiva.

Tommaso Castellani

Tommaso Castellani, dopo un dottorato in fisica teorica alla Sapienza Università di Roma, si è dedicato alla didattica e alla comunicazione della scienza. È stato per tre anni ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, ora è insegnante a tempo pieno. È autore di due libri di divulgazione scientifica e scrive di scienza regolarmente sulla rivista «Sapere», di cui è anche editor.

9788822094445   luglio-agosto 2020

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