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BepiColombo: storie del Signor C

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Se incuriositi dal bizzarro nome della missione appena partita alla volta del pianeta Mercurio avete aperto Wikipedia, l'incipit è di quelli che lasciano senza fiato: Giuseppe Colombo, detto Bepi, è stato un matematico, fisico, astronomo, ingegnere e accademico italiano di fama internazionale. È raro in effetti trovare persone che riescono a incarnare al di là delle classificazioni accademiche la fondamentale unità della scienza e il motore che la spinge: la curiosità avida.

 

La carriera di Giuseppe Colombo fu un incessante andirivieni sulla rotta Pisa-Padova svariando su Torino per assistere la nascita dell'industria aerospaziale italiana e concedendosi frequenti puntate oltreoceano. I suoi molti discepoli ricordano con entusiasmo le sue lezioni "on the road" - quando, di ritorno da uno dei suoi innumerevoli viaggi di lavoro, andavano a prenderlo all'aeroporto e lui non poteva aspettare di arrivare all'università per raccontare quello che aveva scoperto e come pensava di utilizzarlo. Fu probabilmente durante uno di questi tragitti che prese corpo una delle sue invenzioni più famose - il "satellite a filo". Si trattava di un modo molto astuto per produrre energia elettrica direttamente nello spazio basato sul principio che in un conduttore che si muove all'interno di un campo magnetico si genera una corrente elettrica. Un effetto che è alle basi dell'elettromagnetismo e che Colombo aveva trasferito al caso di un satellite da cui pende un lungo cavo che orbitando attorno al nostro pianeta attraversa incessantemente le invisibili linee di forza del campo magnetico terrestre. Il "Tethered Satellite System" volò per due volte a bordo dello Space Shuttle verificandone il funzionamento - anche se le complessità emerse da un punto di vista tecnologico ne hanno fino ad oggi impedito la diffusione.

 

Alla NASA il suo nome è tuttora circondato da un'aura mitica e bene ha fatto l'Agenzia Spaziale Europea a intitolargli una delle più complesse e sofisticate missioni interplanetarie mai realizzata. Soprattutto perché Mercurio, o meglio la nostra comprensione di un pianeta così enigmatico, deve molto a Giuseppe Colombo. Nel 1965 si pensava che a causa della estrema vicinanza al Sole, Mercurio gli rivolgesse sempre la stessa faccia così come accade alla Luna nei confronti della Terra. La conseguenza era che il suo periodo di rivoluzione attorno al sole (88 giorni terrestri) doveva essere uguale a quello di rotazione su sé stesso. Ma quando si era provato a misurarlo i conti non tornavano. Giuseppe Colombo allora scrisse una lettera alla prestigiosa rivista Nature sostenendo che per la meccanica celeste esisteva un'altra soluzione possibile: che il pianeta avesse una rotazione pari a 2/3 del valore del suo periodo orbitale, cioè circa 56 giorni. Una ipotesi che trovò una clamorosa conferma quando la sonda americana MVM (Mariner/Venus-Mercury) dieci anni dopo incontrò il pianeta. Una missione segnata anch'essa dalla genialità di Bepi Colombo, come racconta Bruce Murray - futuro direttore del Jet Propulsion Laboratory della NASA:

 

Fu proprio in quel periodo che la missione MVM fece un grande salto di qualità grazie a un'idea di Bepi Colombo. Conoscevo appena questo signore basso e calvo, dotato di uno dei sorrisi più accattivanti del mondo, quando giunse ad una conferenza su MVM al Caltech nel febbraio 1970. A un certo punto chiese di parlarmi.
– Dr. Murray, Dr. Murray – disse – prima che io ritorni in Italia c'è qualcosa che devo chiederle. Quale sarà il periodo orbitale della sonda attorno al Sole dopo l'incontro con Mercurio? La si può far tornare indietro?
– Tornare indietro?
– Sì, la sonda potrebbe ritornare nelle vicinanze di Mercurio.
– Ne è sicuro?
– Perché non prova a controllare?

 

Aveva ragione. Dopo aver sorvolato Mercurio, la sonda MVM avrebbe avuto un periodo di rivoluzione attorno al Sole di 176 giorni, esattamente il doppio di quello di Mercurio (88 giorni). Con piccole manovre la sonda poteva in effetti ritornare a incontrare Mercurio ogni due anni mercuriani. Si può davvero dire che la forza della ragione si era dimostrata più efficace della propulsione spaziale grazie all'acume di Bepi Colombo, che aveva capito ciò che era invece sfuggito a tutti noi.

 

Un aneddoto che risuona di atmosfere gaberiane: in una delle sue canzoni sempre in bilico tra melodia e politica il Signor G. elenca tutto quello che gli è toccato vedere nella vita, intercalandolo con il riff: "E non ho visto mai nessuno / buttare lì qualcosa e andare via". A noi è capitato, grazie a Bepi Colombo.

Ettore Perozzi

Laureato in Fisica, si occupa professionalmente di scienze planetarie, missioni spaziali e divulgazione scientifica. Ha scritto articoli e libri di astronomia per ragazzi e per il grande pubblico. E’ socio fondatore della libreria asSaggi. L’asteroide n. 10027 porta il suo nome.

copertina   settembre-ottobre 2018

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