Sapere Scienza

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Prevedere cosa ci porterà il futuro è sempre un azzardo. Anche se si è seri e pignoli come Stanley Kubrik, che per realizzare il celeberrimo “2001 Odissea nello Spazio” aveva intervistato praticamente tutta la NASA. Il film uscì nel 1968, quando nell’arco di appena un decennio si era passati dallo sparare una palla di cannone in orbita attorno alla Terra, a raggiungere la Luna con una piccola astronave. Quel Natale Jim Lovell, lesse i primi versi della Genesi dalla navicella Apollo 8: un messaggio pieno di speranza e di pace in diretta dallo spazio circumlunare. Con queste premesse era scontato prevedere che trent’anni dopo avremmo avuto voli commerciali per lo spazio, una grande stazione orbitante (con tanto di hotel al suo interno) e basi lunari, così come appaiono nelle magnifiche scene iniziali del film. Non è andata così: da quasi cinquant’anni nessun umano si è più spinto oltre i 400 km di altitudine dove orbita la Stazione Spaziale Internazionale – un avamposto piccolo e spartano, ben lontano dai fasti kubrikiani.

 

Eppure la sceneggiatura del film era stata scritta a quattro mani con Arthur C. Clarke, un mito della fantascienza – ma non solo. Nel 1945 era stato tra i primi a capire che i satelliti geostazionari (cioè quelli il cui moto è sincronizzato con la rotazione terrestre per cui apparirebbero fermi nel cielo) rappresentavano il futuro delle telecomunicazioni. In questo era stato davvero un visionario: è proprio dall’anello geostazionario che la televisione ad alta definizione entra oggi nelle nostre case. Ed è proprio a Clarke che è andato il pensiero di chi si è addentrato nella lettura dell’articolo che annunciava la scoperta del primo asteroide “interstellare”, uscito il 20 novembre scorso su Nature. Perché ricordava in maniera impressionante le prime pagine del suo romanzo “Incontro con Rama”. Nel nostro caso l’asteroide, designato inizialmente P10Ee5V, era stato avvistato dal telescopio americano Pan-STARRS, a cui dobbiamo circa la metà delle scoperte che ogni anno vanno ad aggiungersi al catalogo degli oggetti potenzialmente a rischio di collisione con il nostro pianeta: i NEO (Near-Earth Objects). L’asteroide veniva subito ri-osservato dal Centro di Coordinamento Asteroidale dell’Agenzia Spaziale Europea, che ha sede all’ESRIN di Frascati. Si trattava di un’osservazione di routine, necessaria per migliorare l’accuratezza con cui si conosce l’orbita di un oggetto appena scoperto e poter così controllare che non ci siano rischi di impatto con la Terra. Ma è a questo punto che la cosa comincia a farsi interessante. Marco Micheli, che ha effettuato le osservazioni, si accorge che qualcosa non quadra: non riesce a connettere le posizioni dell’asteroide osservate nel cielo usando una traiettoria ellittica. Non è il solo: anche i colleghi d’oltreoceano hanno lo stesso problema. L’unico modo per uscirne è usare un’orbita iperbolica. Che però, contrariamente a una ellisse, è una traiettoria aperta e questo vuol dire una cosa sola: quell’asteroide non gira attorno al Sole, non appartiene al nostro sistema planetario ma proviene dallo spazio interstellare.

 

È la prima volta che capita, bisogna saperne di più e anche rapidamente visto che l’asteroide viaggia velocissimo. La comunità coinvolta nello studio dei NEO si attiva, i risultati non tardano ad arrivare e sono ancora una volta sorprendenti. “Qualsiasi previsione su come poteva essere fatto un oggetto di questo tipo è saltata – racconta Marco – ci si aspettava un corpo celeste ghiacciato, simile al nucleo di una cometa; invece pur avendo sfiorato il sole passando ben all’interno dell’orbita di Mercurio, non ha sviluppato né chioma né coda. In più quando si è riusciti a ricostruire la sua forma abbiamo visto che si trattava dell’oggetto più oblungo mai osservato, addirittura dieci volte più lungo che largo”. Esattamente come il protagonista del racconto di Clarke. L’analogia però finisce qui dato che pur essendo una prima volta assoluta, non è un evento del tutto inaspettato. Le moderne teorie sulla origine dei sistemi planetari prevedono che una frazione non banale del “materiale” usato per la costruzione di un pianeta venga scartato, cioè spedito nello spazio interstellare. In effetti la dinamica dell’incontro lo conferma: niente nave spaziale ma un asteroide alla deriva nella galassia. Per lui l’Unione Astronomica Internazionale inaugura una nuova nomenclatura decidendo di farne precedere il nome dal suffisso “1I”, cioè “oggetto interstellare numero 1”. In omaggio al telescopio da cui è stato scoperto, che si trova sulla vetta di Haleakalā, si opta per un nome hawaiano: ‘Oumuamua, che vuol dire “quello che arriva per primo, ma proprio per primo”. Marco, che alle Hawaii ha vissuto per parecchi anni lavorando alla tesi di dottorato, ci tiene a avvertire: “Attenzione all’apostrofo capovolto iniziale, che in Hawaiano si chiama ʻokina e indica una pronuncia sincopata”. Non resta a questo punto che provare: ben arrivato 1I/2017 U1 (‘Oumuamua)!

 


Link

https://www.nasa.gov/feature/solar-system-s-first-interstellar-visitor-dazzles-scientists

https://www.nature.com/news/astronomers-race-to-learn-from-first-interstellar-asteroid-ever-seen-1.22925

https://www.eso.org/public/archives/releases/sciencepapers/eso1737/eso1737a.pdf

Ettore Perozzi

Laureato in Fisica, si occupa professionalmente di scienze planetarie, missioni spaziali e divulgazione scientifica. Ha scritto articoli e libri di astronomia per ragazzi e per il grande pubblico. E’ socio fondatore della libreria asSaggi. L’asteroide n. 10027 porta il suo nome.

copertina   marzo-aprile 2018

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