Sapere Scienza

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Le tre stelle di Saturno

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A Madrid, nel museo del Prado, è possibile ammirare uno stupendo dipinto che Peter Paul Rubens dipinse nel 1636. Il dipinto raffigura il dio Saturno o Chronos, colto nell’atto di divorare uno dei suoi figli e si rifà all’antico mito greco secondo cui, Saturno, figlio di Urano e Gea, detronizzò il padre evirandolo, per poi sentirsi profetizzare che la stessa sorte sarebbe toccata a lui per mano di uno dei suoi figli.

Per evitare che ciò accadesse, Saturno adottò l’insana misura precauzionale di divorare i suoi figli appena nati. Giunta alla sesta gravidanza, sua moglie Opi decise di salvarne almeno uno e approfittando del fatto che evidentemente Saturno era in grado di digerire anche i sassi, sostituì il sestogenito con un gran masso avvolto in una coperta e nascose il neonato in un angolo remoto di un’isola greca. In pieno adempimento della profezia, il bambino, a cui era stato il nome Zeus, crebbe sano e forte e, una volta adulto si liberò del padre squartandolo. Fin qui, si ha a che fare con la solita truculenza che si riscontra in molti miti cosmogonici. Una truculenza splendidamente resa dalla rappresentazione che ne fa Rubens. Per un astronomo, però, l’aspetto più interessante e meno ovvio del quadro, è nelle tre stelline dipinte da Rubens nella parte alta del quadro. Tre stelline la cui origine può essere compresa solo rifacendosi all’opera di Galileo Galilei.

 

Saturno: un oggetto triplo?

Nel 1610, quando osservò per la prima volta al telescopio il pianeta Saturno, Galilei si accorse che il pianeta era fortemente distorto. Oggi sappiamo che in realtà questa distorsione era dovuta ai famosi anelli che circondano il pianeta, ma Galileo usava un telescopio di scarsissima qualità ottica la cui lente era poco più di un fondo di bottiglia e, quindi, non era in grado di vedere in modo nitido né il pianeta né, tantomeno, la struttura che lo circondava. 

Dopo averlo osservato a lungo per convincersi che non si trattava di un qualche effetto ottico o di un’aberrazione prodotta dalle lenti, Galilei si convinse che Saturno era un oggetto triplo, con un corpo centrale più brillante affiancato da due corpi più deboli e, come si usava allora, comunicò la sua scoperta scrivendo una lettera al nobiluomo toscano Belisario Vinta, Segretario di Stato del Gran Ducato di Toscana sotto i Medici.

 

L'anagramma e Keplero

Per informare la comunità scientifica, ma non volendo sbilanciarsi troppo, comunicò la sua scoperta a Keplero utilizzando un anagramma, una sequenza di lettere all’apparenza completamente prive di senso: “smaismrmilmepoetaleumibunenugttaurias”. Keplero, erroneamente la interpretò come se Galilei avesse scoperto che Marte aveva due satelliti, mentre l’interpretazione corretta gli sarebbe stata comunicata dallo stesso Galileo anni dopo: “Altissimum planetam tergeminum observavi” (che tradotto dal latino significava: “ho osservato il pianeta più alto, cioè Saturno, essere trigemino" - cioè formato da tre corpi).

Rubens, come tutti i grandi artisti, era perfettamente inserito nei circoli culturali della sua epoca e così, quando dipinse il suo Saturno, volle celebrare la scoperta del grande astronomo pisano rappresentando il pianeta come tre stelline. La vera natura di Saturno, cioè il fatto che il pianeta è circondato da un intricato sistema di anelli sarebbe stata rivelata solo dall’olandese Huyghens nel 1655.

Giuseppe Longo

Ordinario di Astrofisica dell’Università Federico II di Napoli, associato al California Institute of Technology, all’Istituto Nazionale di Astrofisica e all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, nonché membro dell’Accademia Pontaniana, più antica accademia scientifica del mondo. Ha prodotto oltre 300 pubblicazioni scientifiche (più della metà su riviste internazionali) e da oltre un ventennio si occupa di divulgazione scientifica. I suoi interessi di ricerca riguardano la cosmologia osservativa e l’analisi automatica con tecniche di intelligenza artificiale dei dati prodotti dagli strumenti astronomici.

copertina   settembre-ottobre 2019

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