Sapere Scienza

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Rock around the planets

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Cosa gira attorno ai pianeti? In questo periodo molto interesse e molti interessi. Molto interesse perché non stiamo parlando della manciata di corpi celesti tondeggianti in orbita intorno al Sole, ma delle migliaia scoperti attorno a altre stelle: gli esopianeti. Il fatto è che non aver trovato vita nel sistema solare, nemmeno una zanzara, è stata una delusione colossale. 

 

La vita nello spazio

Basta aprire un qualsiasi libro di divulgazione scientifica pubblicato prima dell’era spaziale: non ci si chiedeva se ci fosse vita su Venere, Marte, Giove, Saturno o Urano ma in quale forma l’avremmo trovata. Gli occhi elettronici delle sonde interplanetarie ci hanno invece rimandato solo “Magnifiche Desolazioni” (parafrasando il termine con cui l’astronauta Buzz Aldrin descrisse il paesaggio lunare). Così oggi le medesime aspettative si rivolgono più lontano, a quella infinità di mondi che ci si aspetta di trovare nella galassia, tra le centinaia di miliardi di stelle della Via Lattea, ciascuna con un suo sistema planetario. Come non sperare?

 

La ricerca sugli esopianeti

La presenza del primo esopianeta venne dedotta nel 1992 a partire dalle oscillazioni nel moto della stella 51 Pegasi e da allora metodi e scoperte si sono moltiplicati, anche se il vero salto di qualità lo si deve alle missioni spaziali. Il solo telescopio Kepler della NASA è responsabile di più dei 2/3 del catalogo. Ecco allora che anche molti interessi cominciano a girare attorno ai pianeti extrasolari.

Nei piani delle agenzie spaziali Europea e Americana sono almeno 4 le missioni di questo tipo in programma nel prossimo decennio - di cui due, se le date di lancio verranno rispettate, in partenza già nel 2018. CHEOPS (CHaracterising ExOPlanets Satellite) dell’ESA, si concentrerà sulle “super-Terre” (corpi celesti che ricordano come composizione e struttura il nostro pianeta anche se con masse decisamente superiori). TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite) della NASA, guarderà attorno alle stelle più brillanti. Questa convergenza tra interesse scientifico e interessi tecnologici è probabilmente all’origine del recente fiorire sui media di notizie “esoplanetarie” anche quando c’è ben poco di veramente nuovo da raccontare.

 

I media e gli esopianeti

Da un lato si è consci di toccare un argomento sensibile per l’umanità intera, dall’altro si ha la necessità di rassicurare i contribuenti di stare spendendo bene i loro soldi - il che spiega la facilità con cui queste notizie scalano le prime pagine dei giornali. Sia chiaro, stiamo parlando di scienza di prima qualità, della sua capacità di “vedere l’invisibile” e di tecnologie spaziali d’avanguardia. Ci si aspetta entro il prossimo decennio di riuscire a separare la debole luce di un esopianeta da quella della stella attorno alla quale orbita per mettere finalmente alla prova i “marcatori biologici”.

Tuttavia scienza significa anche prudenza, soprattutto quando si invoca l’esistenza di pianeti gemelli della Terra, che richiamano inevitabilmente nell’immaginario collettivo la possibilità di vita intelligente. Prudenza perché su tutto ciò pesa come un macigno una considerazione abbastanza semplice, formulata quasi casualmente dal premio Nobel Enrico Fermi e che può essere riassunta dalla domanda: “perché gli alieni non sono già qui”? La Terra è relativamente giovane, appena 5 miliardi di anni, e quindi si può ragionevolmente pensare che se la vita è un fenomeno diffuso nella galassia ci dovrebbero essere innumerevoli civiltà tecnologiche aliene “vecchie” abbastanza da aver sviluppato il viaggio interstellare. Perché allora non si fanno vedere?

 

Dove sono gli alieni?

Ci sono varie risposte che si possono dare a quello che oggi è noto come il “paradosso di Fermi”. Da un nuovo seppur improbabile antropocentrismo (i terrestri sono la prima civiltà tecnologicamente avanzata dell’universo!) ad analisi più complesse, come l’equazione formulata dall’astronomo Frank Drake che sposta l’attenzione su un’altra domanda, ancora più inquietante: “Qual è la durata di una civiltà tecnologica?”. Sempre che non sia vera la soluzione letteraria di Douglas Adams, l’autore della Guida Galattica per Autostoppisti, che sostiene sia buona norma non entrare in contatto con pianeti abitati prima che sviluppino le tecnologie necessarie ai viaggi interstellari - regola che viene infranta di tanto in tanto solo da qualche alieno burlone che si fa vedere sulla Terra da pochi testimoni isolati e in circostanze talmente inverosimili da essere certi che nessuno ci crederà mai.

Ettore Perozzi

Laureato in Fisica, si occupa professionalmente di scienze planetarie, missioni spaziali e divulgazione scientifica. Ha scritto articoli e libri di astronomia per ragazzi e per il grande pubblico. E’ socio fondatore della libreria asSaggi. L’asteroide n. 10027 porta il suo nome.

copertina   luglio-agosto 2017

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