Sapere Scienza

Sapere Scienza

Burnout: gli effetti della pandemia di Coronavirus sugli operatori sanitari

30 Aprile 2020 di 

L’11 marzo 2020 il direttore generale dell’OMS ha definito la diffusione del Covid-19 non più una epidemia confinata ad alcune zone geografiche, ma una pandemia diffusa in tutto il pianeta. Prendersi cura dei pazienti in un contesto come questo è un’esperienza potenzialmente traumatica, espone medici e operatori sanitari ad essere travolti da un’ondata di sofferenza e stress.

 

Coronavirus e operatori sanitari: uno stress psichico e fisico

L’aumento esponenziale dell’assistenza sanitaria ha richiesto nelle ultime settimane uno sforzo fisico e psichico a tutto il personale medico e paramedico: doppi turni, riorganizzazione dei reparti, allontanamento dalle proprie famiglie – spesso necessario per evitare contaminazioni – e, non per ultimo, l’adattamento ai DPI (dispositivi di protezione individuale), che oltre a lasciare traccia sul viso, possono causare disagio fisico e difficoltà respiratorie.
Nella recente letteratura sono stati osservati elevati livelli di stress, ansia, depressione nella popolazione generale.
La vulnerabilità alla sofferenza psicologica aumenta quando ci confrontiamo con chi è in prima linea: shock, collera, senso di colpa, tristezza, impotenza, dissociazione, confusione, preoccupazioni, pensieri ossessivi e immagini intrusive sono le principali reazioni, emotive e cognitive, che si stanno registrando negli operatori sanitari nelle ultime settimane. A queste si aggiungono lamentele somatiche, insonnia e iperattivazione.
Gli esiti, a breve e nel lungo termine, che potrebbero presentarsi, oltre a stress, ansia e depressione, sono la sindrome da burnout, la compassion fatigue e il Post Traumatic Stress Disorder (PTSD).

 

Il burnout: un esaurimento emotivo

Cristine Maslach definisce il burnout come un eccessivo coinvolgimento emotivo caratterizzato da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione professionale, che può insorgere negli operatori che lavorano a contatto con le persone. Questo processo lento e graduale può manifestarsi in diversi ambiti lavorativi dove viene riscontrata una scarsa qualità della vita professionale, una cattiva gestione e una reiterata disorganizzazione. Tutto questo genera così una totale perdita d’interesse nelle persone a cui dover prestare cura. Inoltre, comporta per il lavoratore risentimento, insonnia, stanchezza, negativismo e isolamento sociale.
In questi ultimi mesi i medici si sono dovuti confrontare non solo con la malattia e la morte o con i propri timori di autoinoculazione o di trasmissione ai propri cari del virus, ma hanno dovuto anche costantemente fronteggiare un’altra difficoltà: comunicare la perdita dei pazienti alle famiglie. La buona prassi costruita negli anni sull’importanza della comunicazione efficace, in questo difficile momento storico, diventa estremamente complessa e dolorosa.
Gli operatori sanitari diventano i caregiver di riferimento dei pazienti. Il supporto familiare viene meno a causa della sospensione degli accessi nei reparti. La mancanza di protocolli e di terapie specifiche, il peso delle decisioni, l’impotenza e la frustrazione diventano il terreno fertile su cui cresce la compassion fatigue, descritta da Figley come il “costo della cura” nelle professioni di aiuto colpite da gravi malattie o traumi.
L’esposizione prolungata alla sofferenza e alla morte può portare, dunque, a una fatica compassionevole, a un disagio emotivo producendo un profondo esaurimento fisico ed emotivo. Proprio come un “disco rotto”, dove la puntina del grammofono cade sempre nello stesso solco e la melodia si incanta, così l’operatore sanitario potrebbe sviluppare la sindrome del burnout.

 

Coronavirus: ci causerà un disturbo post-traumatico da stress?

Un ultimo scenario, non solo per i sopravvissuti ma anche per medici e infermieri, è lo stress post-traumatico (Post Traumatic Stress Disorder – PTSD), una forma di disagio mentale che si sviluppa in seguito a esperienze fortemente traumatiche, provocando persistenti e ricorrenti ricordi spiacevoli e generando sofferenza e compromissione della vita quotidiana. I sintomi possono insorgere immediatamente dopo il trauma o anche a distanza di molto tempo con esordio tardivo e la sua durata può variare da un mese alla cronicità (secondo l’American Psychiatric Association).
Per fronteggiare e prevenire le conseguenze di questa emergenza sanitaria appare perciò ormai ineludibile la creazione in tempi record, come già verificatosi in molti ospedali, di uno sportello psicologico per supportare e sostenere psicologicamente chi, come medici, paramedici e personale sanitario, è in prima linea per cercare di fronteggiare la pandemia da Coronavirus.

Alessandra Cervinara

Laureatasi in Psicologia Clinica e della Salute nel 2010 presso l’Università degli Studi di Chieti-Pescara “G. D’Annunzio”, si è specializzata in Psicoterapia Cognitiva nel 2016, presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva SPC. Ha un Master in "Psicodiagnostica e Valutazione Psicologica”. Svolge dal 2012 attività privata e le sue principali aree di interesse sono: età evolutiva, genitorialità, disturbi d’ansia e disturbi dell’umore, separazione e lutto. Dal 2016 è Psicologa a progetto presso U.O. “Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale” del Policlinico di Bari. È Socio Corrispondente SITCC (Società Italiana Terapia Comportamentale e Cognitiva).

9788822094445   luglio-agosto 2020

  COMPRA IL NUMERO

 
  ABBONATI

 
  SOMMARIO

 
  EDITORIALE

bannerCnrXSapere 0

iscriviti copia

caraveo saperescienza

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se vuoi saperne di più consulta l'informativa estesa. Cliccando su ok acconsenti all'uso dei cookie.