Sapere Scienza

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La resistenza alla colistina in Escherichia coli

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Di nuovo si parla di antibiotico-resistenza: in una donna americana è stato riscontrato un ceppo di Escherichia coli portatore di un nuovo gene di resistenza alla colistina (gene mcr-1) e resistente ad altri antibiotici, ma non ai carbapenemi; questa scoperta ha nuovamente creato un allarme internazionale e richiamato l’attenzione dei media. 

 

I motivi dell'allarme

Escherichia coli fa parte della famiglia delle Enterobacteriaceae, gram-negativi che, insieme ad altri microrganismi, da qualche anno si stanno dimostrando sempre più difficili da trattare a causa dei numerosi meccanismi di resistenza agli antibiotici che li caratterizzano. L’introduzione a partire dagli anni ‘50 della penicillina e, a seguire, di numerose classi di antibiotici naturali e di sintesi, ha portato i batteri a sviluppare verso tali farmaci diversi meccanismi di resistenza. Alcuni di questi sono enzimi trasportati da plasmidi, frammenti di DNA circolare che i batteri possono trasferire da una cellula all’altra attraverso un meccanismo chiamato coniugazione batterica. I primi enzimi plasmidici erano efficaci solo sulle penicilline più semplici, ma in seguito all’introduzione di nuovi beta-lattamici più complessi, anche i batteri hanno perfezionato i loro meccanismi di difesa attraverso l’utilizzo di molecole sempre più efficaci.

Molte Enterobacteriaceae producono le cosiddette beta-lattamasi a spettro esteso (ESBL, extended spectrum beta-lactamase), le quali inattivano penicilline e cefalosporine, ma non i carbapenemi. L’utilizzo dei carbapenemi per contrastare i ceppi produttori di ESBL ha portato alla produzione, da parte di questi batteri, di carbapenemasi, cioè enzimi in grado di contrastare l’azione di tali farmaci. Il problema principale legato a questi batteri è che spesso sono resistenti anche ad altre classi di antibiotici diverse dai beta-lattamici e sensibili solo ad una o due classi di antibiotici saggiati; questi ceppi vengono chiamati extensive-resistant organisms (XDRO). Quindi, ricapitolando, all’introduzione di nuovi antibiotici i batteri si organizzano in modo da contrastare i farmaci e sopravvivere alla loro azione; in questo modo diventano sempre più resistenti, mentre noi abbiamo sempre meno armi per combatterli.

 

Le strategie 

Una delle strategie utilizzate in questi casi è recuperare dei farmaci caduti in disuso, ma che possono essere ancora efficaci. È a questo punto che entra in gioco la colistina, un antibiotico di vecchia generazione poco utilizzato fino a poco tempo fa; è infatti un farmaco associato a nefrotossicità e non di facile utilizzo, eppure è diventato il farmaco di emergenza per ceppi resistenti ai carbapenemi.
Sebbene il problema dell’antibiotico-resistenza sia reale e allarmante, in questo caso credo che la notizia sia stata comunicata in modo inappropriato: la resistenza alla colistina non è una novità, come non lo è il fatto che i farmaci disponibili per alcuni tipi di batteri multi-resistenti sono sempre di meno. Invece, è il tipo di resistenza a fare la differenza: il gene mcr-1, infatti, è un gene plasmidico e questa caratteristica potrebbe portare ad una sua rapida diffusione, così come è avvenuto nel momento in cui si sono iniziate a diffondere le carbapenemasi.

 

Cosa fare per contrastare l’aumento delle resistenze nei batteri?

Nelle singole realtà ospedaliere esistono dei comitati per il controllo delle infezioni correlate all’assistenza che si occupano di monitorare le infezioni da germi multi-resistenti e di verificare l’appropriatezza delle terapie antibiotiche in uso; inoltre, dettano delle regole riguardo il corretto trattamento e isolamento di pazienti portatori di tali germi. Molta attenzione si pone, per esempio, al semplice, ma fondamentale, lavaggio delle mani ogni volta che si entra in contatto con il paziente o suoi oggetti o superfici contaminate e sull’isolamento spaziale di soggetti portatori di germi multi-resistenti, che possono essere seguiti da personale dedicato. A livello individuale, è importante evitare l’autoprescrizione di antibiotici e rimettersi alle decisioni del medico di base; inoltre, nel momento in cui si frequenta un ambiente ospedaliero, bisogna attenersi alle stesse regole valide per il personale sanitario, soprattutto seguire scrupolosamente le indicazioni riguardo il lavaggio delle mani e la modalità di interazione con i propri parenti ricoverati, per evitare di contaminare noi stessi, loro e gli spazi in cui si trovano.

Tiziana Melillo

Laureata in Scienze Biologiche e specialista in Microbiologia e Virologia, ha inoltre conseguito un master in "Nutrizione personalizzata: basi molecolari e genetiche". Attualmente lavora come microbiologa nel Laboratorio Analisi dell'Ospedale Fatebenefratelli di Roma e insegna Microbiologia Clinica presso l'Università di Tor Vergata. Esercita anche attività privata di nutrizionista.

copertina   settembre-ottobre 2019

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