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SARS-CoV-2: aumenta il numero delle specie animali sensibili

14 Settembre 2021 di 

È di poche settimane fa la notizia relativa alla presenza di anticorpi anti-SARS-CoV-2 – il famigerato coronavirus responsabile della pandemia di Covid-19 – in un’elevata percentuale (40%) di cervi a coda bianca che popolano la regione nord-orientale degli USA.
Ciò desta preoccupazione per una serie di motivi, come ho anche riferito in una mia “Lettera all'Editore” pubblicata sulla prestigiosa rivista BMJ.
Degna della massima considerazione sarebbe, in primo luogo, l'avvenuta esposizione al virus di questa popolazione di cervidi, ai quali il virus sarebbe stato trasmesso, con ogni probabilità, da uno o più individui SARS-CoV-2-infetti.

 

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In secondo luogo, la propagazione dell’infezione a un così ingente numero di esemplari suggerisce che il virus si sarebbe trasmesso all’interno della specie, il cui comportamento gregario ne avrebbe favorito la diffusione.
Numerose sono, inoltre, come abbiamo detto qui, le specie animali domestiche e selvatiche già dichiarate suscettibili nei confronti dell'infezione (naturale e/o sperimentale) da SARS-CoV-2. Fra queste si annoverano gatto, cane, criceto, furetto, leone, tigre, leopardo delle nevi, puma, gorilla, lontra e visone: elenco tutt'altro che esaustivo, ma che già di suo denota la notevole plasticità del virus, presumibilmente originatosi da uno o più “serbatoi” animali e capace di infettare specie filogeneticamente assai distanti fra loro.
Un discorso a parte in tale ambito lo merita il visone, in cui SARS-CoV-2, una volta acquisito dall’uomo, sarebbe evoluto in una temibile variante (cluster 5) per esser quindi “restituito” all'uomo in forma mutata, come è stato dimostrato un anno fa in numerosi allevamenti di visoni olandesi e danesi.
La comprovata capacità di infettare in condizioni naturali un crescente numero di specie animali domestiche e selvatiche andrebbe pertanto considerata ai fini sia della loro salute e conservazione sia del potenziale sviluppo di nuove varianti di SARS-CoV-2, nella sana ottica della One Health, alias la “salute unica” di uomo, animali e ambiente.

Giovanni Di Guardo

Giovanni Di Guardo si è laureato in Medicina Veterinaria nel 1982 presso l'Università di Bologna e ha ottenuto nel 1995 la qualifica di "Diplomato del Collegio Europeo dei Patologi Veterinari". Già Docente di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso l'Università degli Studi di Teramo, è autore di oltre 500 lavori scientifici, 150 dei quali pubblicati su riviste internazionali peer-reviewed. Nutre uno spiccato interesse nei confronti della patologia comparata e della ricerca sulle malattie animali quali potenziali modelli di studio nei confronti delle controparti lesive proprie della specie umana, come l’infezione da SARS-CoV-2.

copertina   luglio-agosto 2021

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