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Sperimentazione umana: dalla cronaca alla nascita di un farmaco

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Negli ultimi giorni di gennaio una nuova bufera si è abbattuta sull’azienda automobilistica Volkswagen: le accuse riguardano sperimentazioni effettuate su  animali e uomini. Il New York Times, in prima istanza, e il tedesco Stuttgarter Zeitung hanno sostenuto che lo European Research Group on Environmental and Health in the Transport Sector, un gruppo di ricerca supportato dalle case automobilistiche Volkswagen, Daimler e Bmw, avrebbe realizzato studi sugli effetti dei gas di scarico dei motori diesel adoperando animali (scimmie) e volontari umani. Di questo secondo scenario abbiamo documentazione scientifica: un articolo pubblicato sulla rivista International Archives of Occupational and Environmental Health che descrive un esperimento svolto da istituti di ricerca di Monaco e Aquisgrana. Lavoro che, per essere accettato, è passato al controllo di un comitato etico (a confermarlo anche la dicitura in calce all’articolo Compliance with ethical standards – In conformità con gli standard etici).

 

Il caso di cronaca ha scatenato una reazione mediatica - a tratti confusa e imprecisa - riaccendendo la polemica riguardante i protocolli di sperimentazione su animali e uomini. Quest’ultima è ancora un passaggio importante, non solo per valutare la tossicità di una determinata sostanza, ma anche per testare l’efficacia e la sicurezza di altre. La sperimentazione sull’uomo (così come quella sull’animale) è, infatti, strettamente regolamentata e fa parte dei normali protocolli di messa a punto dei farmaci. Come nasce un farmaco e in che modo è testato su esseri viventi prima di arrivare nelle nostre case?

 

Un farmaco è formato da un principio attivo con aggiunta di eccipienti, utilizzato per curare o prevenire una specifica patologia. Prima della sua messa in commercio, esso deve sottostare a un accurato studio per valutare rischi e benefici associati alla sua assunzione. Detto studio è codificato e supervisionato dalle Autorità Competenti tra cui, in Italia, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), per l’autorizzazione e gli emendamenti di ogni fase, l’Istituto Superiore di Sanità, per il parere consultivo, e i Comitati Etici delle strutture sanitarie in cui si svolge lo studio – come quello del policlinico universitario di Aquisgrana in cui si è svolta la sperimentazione incriminata - per i pareri di merito.

 

La ricerca si articola in due stadi successivi: la sperimentazione preclinica, che prevede studi in vitro e in vivo sugli animali, e la sperimentazione clinica, sull’uomo, che si articola in fasi differenti. Chi si sottopone alla sperimentazione clinica lo fa scientemente e dopo aver firmato un consenso informato. Il passaggio da una fase a quella successiva avviene solo se le autorità competenti, valutati i risultati di una fase forniti dal titolare della sperimentazione, li ritengono adeguati e autorizzano la prosecuzione dello studio.

 

La sperimentazione preclinica inizia con studi in vitro in cui, in laboratorio, la sostanza viene testata su colture cellulari o microrganismi e sottoposta a numerosi esperimenti per valutarne le proprietà chimiche, biochimiche e biologiche. Una volta stabilito che la molecola possiede potenziali effetti terapeutici, la si sperimenta sull’animale. Questa fase è indispensabile per confermare l'efficacia del farmaco, valutare come somministrarlo, come viene assorbito, modificato ed eliminato. Inoltre, essa permette di osservare come si comporta e qual è la sua tossicità su un organismo vivente complesso, per escludere gravi effetti collaterali, a breve o a lungo termine, o a carico delle generazioni future. Stabilito che il composto è sicuro e potenzialmente efficace, esso viene autorizzato alla sperimentazione clinica, suddivisa in quattro fasi distinte e sequenziali.

 

Nella fase I la molecola viene somministrata a un numero limitato di volontari sani accuratamente selezionati, per valutarne la sicurezza e la tollerabilità sull’uomo. I partecipanti ricevono dosi diverse di farmaco per osservare eventuali effetti indesiderati in relazione alla quantità somministrata. L’obiettivo principale è la valutazione degli effetti collaterali alla luce dei dati forniti dalla sperimentazione preclinica. Gli studi di fase I si svolgono in pochi centri predisposti e autorizzati, i volontari - che sono retribuiti - devono lasciar passare 6 mesi tra una sperimentazione e quella successiva.

 

Nelle fasi II e III la molecola viene testata su un campione (dapprima più piccolo, poi composto da centinaia di individui) di volontari affetti dalla patologia a cui è destinata, per valutare l’efficacia del farmaco e l’insorgenza, la frequenza e la gravità degli effetti indesiderati. In uno studio clinico controllato e randomizzato, i pazienti arruolati vengono suddivisi in due gruppi e in modo casuale si decide quale gruppo verrà trattato con il nuovo farmaco mentre l’altro verrà trattato con la terapia standard (farmaco di controllo). In questi casi la valutazione degli effetti è condotta senza che il paziente (studio in singolo cieco) oppure sia medico che paziente (studio in doppio cieco) conoscano il tipo di trattamento ricevuto o somministrato.

 

Al termine della fase III, se il farmaco ha dimostrato di avere un’efficacia adeguata in rapporto al rischio/beneficio, l’AIFA rilascia l’autorizzazione alla messa in commercio. Con la commercializzazione del farmaco inizia la fase IV, detta anche fase post-marketing o di farmacoviglianza, durante la quale il personale medico che prescrive o somministra il farmaco è tenuto a segnalare all’autorità competente ogni reazione avversa o controindicazione che non sia stata evidenziata durante le fasi precedenti e che verrà tenuta in considerazione per la periodica revisione della documentazione del farmaco.  

 

Link utili:

 

http://www.agenziafarmaco.gov.it/content/come-nasce-un-farmaco

Barbara Mognetti


Nata nel 1968 a Torino, dove si è laureata in Scienze Biologiche, ha proseguito gli studi a Ginevra e Parigi, e qui ha conseguito il Dottorato in Biologia Cellulare e Molecolare. Attualmente è ricercatrice della Scuola di Medicina dell’Università di Torino e vi insegna Farmacologia.

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