Sapere Scienza

Sapere Scienza

Test sierologici per Covid-19: prospettiva epidemiologica su sorveglianza e controllo

3 Luglio 2020 di 

L’emergenza sanitaria causata dal virus SARS-CoV-2 ha sollevato la necessità di disporre di test di laboratorio che possano restituire un’accurata analisi della diffusione del virus nella popolazione.

 

Qual è la differenza tra tampone e test sierologico?

Il tampone individua l’eventuale presenza del virus sulla mucosa delle prime vie aeree (il naso o la faringe) nel momento in cui viene fatto il prelievo. La presenza del virus in genere non è più rilevabile dopo circa 14 giorni dall’esordio della malattia. Diversamente, il test sierologico verifica la presenza nel sangue di anticorpi contro SARS-CoV-2.

 

Come funzionano i test sierologici?


Il virus espone sulla propria superficie alcune proteine dette spike (S), envelope (E) e membrane (M). Quando il nostro sistema immunitario identifica la presenza di molecole estranee nel sangue, in questo caso le proteine del virus, produce degli anticorpi, o immunoglobuline, che aiutano il sistema immunitario stesso a eliminare il microrganismo che le espone sulla sua superficie. Possono essere prodotti anticorpi di diverso tipo e con funzioni differenti; tra questi, le immunoglobuline M (IgM) e quelle G (IgG). La sieroconversione (il processo di sviluppo di anticorpi) inizia alcuni giorni dopo l’infezione e si ritiene che fornisca una certa immunità contro SARS-CoV-2. Le IgM sono rilevabili già dopo 3 giorni dal contatto con il patogeno e raggiungono il picco dopo 2-3 settimane. La presenza delle IgM è ancora rilevabile dopo oltre 1 mese. Le IgG, invece, si trovano nel sangue a partire da 4-7 giorni dopo l’infezione e permangono poi per molto tempo. Entrambi i livelli di IgM e IgG sembrano essere correlati con la gravità della malattia, essendo presente una maggior concentrazione di entrambi gli anticorpi nei pazienti con infezione da SARS-CoV-2 più grave.
La durata delle immunoglobuline anti SARS-CoV-2 e il loro reale ruolo nella protezione dalla malattia sono ad oggi ancora oggetto di studio, poiché sarà necessario valutare questi parametri dopo mesi e anni dall’infezione. Esiste una variabilità intrinseca della risposta anticorpale dovuta alla composizione genetica unica di ciascun individuo; questo potrebbe forse contribuire a spiegare la differenza nei profili di immunoglobuline tra le persone che sono venute a contatto con SARS-CoV-2.
Il test sierologico permette quindi di rilevare la presenza di anticorpi che si sono sviluppati solo se l’individuo che si sottopone al test è entrato in contatto con il virus nelle settimane precedenti, anche se non si sono manifestati sintomi clinici. Rispetto al tampone, quindi, questo esame permette di mettere in evidenza la “storia” dell’infezione e non solo l’istantanea del momento in cui viene fatto il prelievo. Un esito negativo stabilisce che una persona non è entrata in contatto con il virus, oppure è stata infettata molto recentemente e non ha ancora sviluppato la risposta anticorpale, oppure è stata infettata ma la quantità di anticorpi che ha sviluppato è, al momento del prelievo, al di sotto del livello di rilevazione del test. Un test sierologico positivo, invece, indica che la persona è entrata in contatto con il virus.

 

Test sierologici quantitativi e qualitativi


La ricerca degli anticorpi può avvenire attraverso test sierologici qualitativi e quantitativi. Con i primi si stabilisce solo se una persona ha sviluppato o no gli anticorpi, con una logica positivo/negativo. Quelli qualitativi sono test sierologici in cui è sufficiente esaminare una goccia di sangue tramite un kit portatile, ottenendo riscontro immediato; si tratta quindi di una modalità molto rapida, simile per esempio a quella dei test di gravidanza che si acquistano in farmacia.
Nei test quantitativi, che richiedono un prelievo di sangue, vengono invece misurate le quantità di anticorpi presenti nel sangue tramite un metodo più complesso e laborioso, sia esso immunocromatografico o altro.

 

Quanto è affidabile un test sierologico?


La questione dell’affidabilità e accuratezza dei test sierologici è un argomento molto discusso. Alcune aziende affermate hanno implementato test con accuratezze diagnostiche elevate, ma molti altri mostrano scarse prestazioni.
In particolare, a suscitare qualche dubbio sarebbero gli esiti dei test qualitativi rapidi relativamente alla soglia limite di separazione tra positività e negatività al test, la quale è stabilita a priori dal produttore su una popolazione di riferimento; visto che la maggior parte dei test proviene dalla Cina, la cui popolazione è diversa da quella europea e italiana (anche a causa della sopracitata composizione genetica), ciò rende difficile stabilire la reale affidabilità del risultato.
L'accuratezza di un test diagnostico è comunemente definita dalla sua sensibilità (test positivo in un paziente con malattia) e specificità (test negativo in un individuo sano). Test sierologici imprecisi possono generare due errori principali: i pazienti che sono stati infettati ma che vengono definiti come negativi alla malattia (i cosiddetti falsi negativi) e gli individui che non sono mai stati infettati che risultano invece positivi alla malattia (i falsi positivi). È quindi fondamentale che il test venga eseguito con kit diagnostici che rispondono ai requisiti di affidabilità richiesti per limitare il rischio di errori.
Nonostante questi limiti tecnici, i test sierologici, che sono semplici, economici e sicuri per il paziente e l’operatore, sono ad oggi il miglior strumento che abbiamo a disposizione per gli studi di sieroprevalenza, il cui importantissimo obiettivo è conoscere la reale diffusione geografica e nelle diverse fasce di età del virus, indicazioni utili per la pianificazione delle misure restrittive e di un loro eventuale allentamento.

 

 


Riferimenti


-Lee C.Y., Lin R.T.P., Renia L., Ng L.F.P. Serological Approaches for COVID-19: Epidemiologic Perspective on Surveillance and Control, Frontiers in Immunology, 2020.

-Weissleder R., Lee H., Ko J., Pittet M.J., COVID-19 diagnostics in context, Science Translational Medicine, 2020.

Barbara Mognetti


Nata nel 1968 a Torino, dove si è laureata in Scienze Biologiche, ha proseguito gli studi a Ginevra e Parigi, e qui ha conseguito il Dottorato in Biologia Cellulare e Molecolare. Attualmente è ricercatrice dell’Università di Torino e vi insegna Farmacologia.

copertina sapere 5 2020   settembre-ottobre 2020

  COMPRA IL NUMERO

 
  ABBONATI

 
  SOMMARIO

 
  EDITORIALE

bannerCnrXSapere 0

iscriviti copia

caraveo saperescienza

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se vuoi saperne di più consulta l'informativa estesa. Cliccando su ok acconsenti all'uso dei cookie.